Fine vita in Consiglio regionale, rinvio a settembre in attesa di trovare i numeri

La legge era inserita nell’agenda di lunedì 27 luglio del Consiglio regionale veneto. La versione ufficiale: ordine del giorno sul Bilancio già troppo lungo. Ma pesano le ostilità del centrodestra e lo scetticismo di Stefani

Filippo Tosatto
Una manifestazione per il "sì" al suicidio assistito
Una manifestazione per il "sì" al suicidio assistito

Il Veneto rinvia nuovamente il varo della legge che regola procedure e tempi dell’assistenza al suicidio medicalmente assistito. Respinta tra aspre polemiche il 17 gennaio 2024, la proposta di iniziativa popolare sul fine vita è ricomparsa all’ordine del giorno del consiglio regionale convocato, a partire da lunedì 27 luglio, nell’ultima sessione prima della pausa estiva.

Tuttavia, chi confidava in un iter spedito – è il caso della combattiva associazione Luca Coscioni – resterà deluso. Perché a Palazzo Ferro-Fini la maggioranza ha deciso di posticipare a settembre la discussione e il voto, adducendo il fitto calendario dei lavori e l’impossibilità di garantire spazi adeguato alla trattazione di un tema complesso e delicato. È davvero così?

Ufficialità e ufficiosità

Certo, tra rendiconto generale dell’esercizio finanziario, assestamento e variazioni del bilancio triennale di previsione, l’agenda prevede argomenti impegnativi, ma il tempo disponibile (tre sedute con possibile estensione a giovedì) non sembrava tiranno.

Al riguardo, la relatrice d’aula Manuela Lanzarin, presidente della commissione sanità, non proferisce parola: il sospetto, allora, è che la verità ufficiale celi quella reale. Ovvero le diffuse e persistenti ostilità nel centrodestra, lo scetticismo del governatore Alberto Stefani (” Il Governo impugnerà, meglio una legge statale”), gli sgambetti al presidente Luca Zaia, tenace difensore del provvedimento.

Nel concreto, il testo bocciato trenta mesi fa (25 a 25 la conta dei voti, decisive due defezioni leghiste e una dem), è stato riscritto – e intitolato “Liberi tutti” – alla luce delle obiezioni rivolte dalla Corte Costituzionale alla Regione Toscana che, precedendo Sardegna ed Emilia Romagna, ha legiferato per prima in materia.

Nel dettaglio, i termini temporali di risposta ai malati da parte di Usl e commissioni mediche sono stati rimossi in favore di un’espressione più generica (“Senza ingiustificati ritardi e compatibilmente con le condizioni cliniche del paziente”), revocata anche la fornitura pubblica di farmaci e macchinari per l’autosomministrazione, salvo prevedere la presenza di medici palliativisti nella commissione multidisciplinare permanente e il ricorso dei camici bianchi all’obiezione di coscienza. Non bastasse, Matteo Pressi, il capogruppo della Lega, ventila la presentazione di un progetto di legge “diverso” e più restrittivo dell’attuale.

Gli schieramenti

Gli orientamenti? Nel Carroccio si alternano favorevoli (la citata Lanzarin, Elisa De Berti, Francesco Calzavara, Rosanna Conte, Sonia Brescacin, Roberta Vianello, tra gli altri), ostili (il giovane commissario Andrea Tomaello e l’ala salviniana) e perplessi (Roberto “Bulldog” Marcato, Cristiano Corazzari).

L’indipendentista Alessio Morosin dice sì, Forza Italia propende per il no, Fratelli d’Italia boccerà la proposta al pari di Resistere Veneto, Udc, Futuro Nazionale.

L’opposizione? Il Pd (con l’incognita Anna Bigon, astenuta nel 2024), Avs, 5 Stelle, Azione e Le Civiche «faranno quadrato in difesa della dignità della persona, contro ricatti e pulsioni ideologiche», promette la rossoverde Elena Ostanel, annunciando emendamenti «mirati» .

Secondo i rumors, gli schieramenti, pressoché equivalenti, segnalano un lievissimo vantaggio del partito contrario.

Zaia, per parte sua, evita pressioni sugli indecisi ma ritiene il traguardo legislativo una conquista di civiltà: «È tempo di uscire dall’ipocrisia», ha affermato in più occasioni, «la Consulta ha deliberato sul fine vita fin dal 2019, in Veneto già tre pazienti hanno ottenuto l’autorizzazione ma c’è ancora chi lascia credere che ci siano irresponsabili, come me, che in modo blasfemo coccolano l’idea dell’aiuto al suicidio».

Il riferimento corre alla storica decisione dei giudici costituzionali che ha individuato un’area di “non punibilità” al suicidio assistito in presenza di condizioni rigorose, sollecitando nel contempo, e senza successo, un intervento del Parlamento.

 

Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi