Diego Ponzin è Cavaliere della Repubblica: «Curare gli occhi è la mia musica»

Nomina di Mattarella per il presidente della Banca degli occhi del Veneto: «Grande emozione, le nostre cornee aiutano tutto il Paese. Zaia? Mai avuto ingerenze, lavoriamo con ogni istituzione»

Rocco Currado
Diego Ponzin in ambulatorio
Diego Ponzin in ambulatorio

Se l’aspettava?

«Mesi fa avevo ricevuto una strana telefonata dalla Prefettura, pensavo riguardasse i miei incarichi. Solo dopo ho collegato».

Diego Ponzin è Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, nominato dal presidente Sergio Mattarella. Nato a Due Carrare e residente a Padova, 64 anni, è tra i più noti oculisti italiani. È presidente della fondazione Banca degli occhi del Veneto e professore universitario a Ferrara. Nel (poco) tempo libero, scrive e suona.

La prima reazione quando ha saputo della nomina.

«Mi ha chiamato mio figlio: “È arrivata una lettera della Prefettura”. Gli ho detto di aprirla subito e mandarmela, non si sa mai. Quando ho capito, mi sono emozionato».

Che cosa rappresenta?

«È il riconoscimento di un’attività che implica anche un impegno sociale. E arriva in una fase in cui sto tirando le somme».

Sente lo Stato vicino al suo lavoro?

«Noi siamo nati come centro regionale, ma da molti anni lavoriamo in tutta Italia. Essere riconosciuti dallo Stato è importante, e coincide con i progetti che ho per il futuro della Banca».

Lei è in pensione, ma non si è mai fermato. Perché?

«Mi piace quello che faccio. Il ruolo di presidente è una sfida nuova: devi imparare a essere più rappresentativo e a lasciare spazio agli altri».

Difficile delegare?

«La mia presenza è stata utile, talora anche ingombrante. Ora devo fare l’esercizio di staccarmi gradualmente dal quotidiano».

Che ragazzo era?

«Di campagna, semplice. Crescere in quei posti aveva il vantaggio di una socialità più autentica, ma lo svantaggio di essere meno esposto agli stimoli: facevi più fatica a capire cosa saresti voluto diventare».

Lei lo aveva capito subito?

«Per un periodo ho sognato di fare il musicista. Poi, mi sono innamorato della chimica. Avevo bisogno di lavorare e ho cominciato a fare un po’ di tutto. Mi hanno assunto alla Fidia Farmaceutici come tecnico per il controllo qualità. Poi, quasi per caso, sono finito in un laboratorio di biochimica ed è scattato qualcosa».

E la medicina?

«Alla Fidia ho conosciuto il professor Alessandro Bruni, grande farmacologo del Bo. Ho iniziato a lavorare per lui, di nascosto. È stati lui a dirmi che senza laurea non sarei andato da nessuna parte: così mi sono iscritto a medicina, continuando a lavorare. Ma la Fidia è entrata in crisi e mi ha lasciato a casa».

Quindi?

«Ho conosciuto Giovanni Rama, cercava un biologo. Non lo ero, ma avevo lavorato molti anni in laboratorio. Ho iniziato a frquentare il suo reparto a Mestre: lui aveva in mente di creare la Banca, e mi ha assunto. Qualche anno dopo ho deciso comunque di specializzarmi in oculistica».

Il suo lavoro ha a che fare con la donazione, con un’idea concreta di aiuto. Che rapporto ha con questa dimensione?

«Complesso. Caratterialmente, non sono uno di grande carica umana. Ho dovuto imparare, a mie spese, a parlare con le persone, mostrare empatia. Ho imparato persino a sorridere di più. Il mondo della vista e quello della morte mi hanno dato molto, spero di aver restituito almeno in parte quello che ho ricevuto».

Ricorda un episodio?

«Una delle poche volte in cui ho pianto. Era il 2007. Durante un trapianto di cornea abbiamo trasmesso un parassita terribile a due pazienti: un caso gravissimo, mai descritto prima. Uno dei due era un ragazzo piemontese, aveva tutte le ragioni per avercela con noi. Lo abbiamo ricoverato a Venezia, seguito giorno e notte finché lo abbiamo salvato. Qualche settimana dopo è arrivata una lettera, che conservo ancora: mi ringraziava, addirittura. Tuttora viene a farsi controllare da noi. Sono legami che vanno oltre la medicina».

Ora sta lavorando a un progetto importante.

«Potrebbe essere il mio finale col botto. La maculopatia è una delle malattie della retina più diffuse e devastanti, ma ancora oggi non ne conosciamo la causa. E la retina è un tessuto complicatissimo da ricostruire. Sperimenteremo una terapia che prevede l’inserimento di nuove cellule nello strato più esterno della retina. E quelle cellule verranno create a partire dal sangue del paziente stesso, usando la tecnica per cui Yamanaka ha vinto il Nobel nel 2012. Grazie alla collaborazione con gli Stati Uniti stiamo accelerando i tempi. Ma servono anche donazioni: è una ricerca molto costosa».

Avrebbe potuto cambiare, ma è sempre rimasto alla Banca.

«Qui ho cambiato lavoro almeno quattro volte. Ho iniziato come tecnico, poi sono diventato direttore medico. Ho lavorato con i migliori chirurghi italiani, mi sono mosso in tutta Europa».

Cosa augura a questa realtà?

«Di essere riconosciuta per quello che è: un centro di interesse nazionale. Oggi il 60 per cento dei trapianti di cornea italiani viene eseguito con cornee che arrivano da noi. E l’Italia non è più la cenerentola dei trapianti».

Per guidare un ente così serve essere organici alla politica?

«L’orientamento politico personale non conta, lavoriamo con un bene pubblico: i tessuti non sono merce, appartengono alla società. Dobbiamo avere un rapporto con le istituzioni. È una questione di responsabilità».

Però l’ha nominata Luca Zaia.

«Non ho mai avvertito ingerenze dirette della politica e la Banca ha lavorato con giunte diverse, restando coerente con un sistema di valori etici e sociali».

È da poco uscito Il gesto dell’ombrello, dieci racconti sulla morte. La teme?

«Sì, ma il gesto dell’ombrello è un messaggio rivolto proprio a lei: non possiamo vivere pensandoci continuamente; riconosciuto che è il problema, vogliamo fare cose più divertenti».

Ogni suo libro ha la prefazione del filosofo Umberto Curi.

«Lui trova significati che vanno ben oltre le mie intenzioni, è uno specchio che mi restituisce un’immagine inattesa. Finché potrò non ne farò a meno».

E la musica?

«È la radice delle passioni. Rinuncerei anche a scrivere per suonare di più. E farlo in gruppo è un’esperienza meravigliosa, il risultato supera noi stessi».

Lei lo fa da sempre con il suo amico Marino.

«Un fratello. Siamo cresciuti con il sogno della musica».

L’anno prossimo la Banca compie 40 anni, ha in mente qualcosa?

«Mi piacerebbe che ottenessimo un’udienza privata dal Papa e una al Quirinale».

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