Campi assediati da oche selvatiche, il Senato apre alla caccia mirata
Il problema delle oche si presenta soprattutto negli ambienti vicini all’acqua: gli animali mangiano il raccolto già durante la semina o appena le piante nascono. La denuncia dei gestori delle valli: «Fino a 50 mila euro l’anno di danni»

Selvaggina e agricoltura, la convivenza possibile passa dalla “gestione” della fauna. “Gestione” è il principio della proposta di riforma sulla legge sulla caccia in discussione al Senato. In sintesi: ci sono animali selvatici che forti della loro capacità di adattamento e riproduttiva hanno assunto numeri così importanti da causare danni all’agricoltura o agli allevamenti, e quindi vanno “contenuti”.
Il Ddl però amplia anche le specie cacciabili inserendo un volatile rimasto finora lontano dai mirini delle doppiette: l’oca selvatica. Esemplare da tempo considerato “nemico” dell’agricoltura che si è aggiunto ai cinghiali, alle nutrie, ai colombi e corvi, ai cervi.
Dove è presente il problema
Il problema delle oche selvatiche si presenta in particolare nei litorali e nelle lagune. Ambienti vicini all’acqua. Soprattutto si presenta “solo” da una ventina d’anni. Meglio: fino a circa vent’anni fa l’oca selvatica appariva in Italia per svernare, nell’ambito delle normali dinamiche dei processi migratori dei volatili.
Poi il cambiamento: un piccolo gruppo di oche selvatiche provenienti dalla Siberia decise di stabilirsi in Veneto, con una comunità che nel corso degli anni si è decisamente ampliata. Ad oggi un censimento preciso non c’è. Si parla però di qualche migliaia di esemplari che sostano tutto l’anno.
I danni
Le criticità per l’agricoltura sono nate da questo cambiamento di abitudini. Visto che le oche selvatiche devono pure nutrirsi, le coltivazioni si sono trasformate nei luoghi d’eccellenza in cui questi voltatili si sfamano.
Gli addetti ai lavori spiegano che le oche mangiano il raccolto durante la semina o subito dopo la nascita delle piante, quando queste ultime raggiungono un’altezza di 2-3 centimetri. In alcuni casi strappano la piantina (mais), in altri la troncano una prima volta, poi aspettano che ricresca per fare un secondo giro (soia). In inverno, invece, pasteggiano a orzo e frumento.
Indicativamente, affermano ancora gli addetti ai lavori, su una proprietà con 30 ettari coltivati, le oche selvatiche possono arrivare a rovinare 10 e più ettari.
Le perdite
Le perdite per gli agricoltori sono contabilizzate anche fino a 40, 50 mila euro ogni 12 mesi. Così, puntualmente ogni anno, gli agricoltori fanno denuncia all’Avepa (Agenzia veneta per i pagamenti). La segnalazione è caricata sul portale con un verbale di constatazione del danno. Ma anche qui i problemi non mancano.
C’è chi spiega di avere fatto una denuncia con una constatazione di danno presunto di 40 mila euro ma di averne visti, a fine anno, tra i 5 e i 6 mila. E questo in forza della circostanza che i fondi per i danni dalla fauna selvatica arrivano dallo Stato, sono limitati e devono bastare per tutto il Paese.
Le reazioni
Oggi la commissione agricoltura del Senato guidata dal veneto Luca De Carlo dovrebbe, il condizionale come sempre è d’obbligo, approvare il disegno di legge.
In Veneto, d’altra parte, il provvedimento è atteso. Dai cacciatori, certo, ma se possibile in misura maggiore dagli agricoltori.
«La tenuta perde ogni anno dai 40 mila ai 50 mila euro l’anno solo per danni da oca selvatica» spiega per esempio Carlo Pasti, direttore della tenuta La Frassina a Caorle, «Quando si parla del Ddl Caccia e dell’inserimento dell’oca selvatica tra le specie cacciabili è importante ricordare che la colonizzazione estiva di questo volatile è un fenomeno recente. Per cui la caccia in un periodo definito nel tempo e per un numero preciso di esemplari, non stravolge un ecosistema di mille anni di storia».
Anzi «si ripristina uno status quo» dice Pasti. «Posso soprassedere per l’inverno» aggiunge l’imprenditore, «la specie va comunque preservata. Ci saranno dei danni, perderò 10, 20 mila euro, ma bisogna darle la possibilità di svernare».
In tutta questa vicenda emergono anche un paradosso. «Va detto» continua Pasti, «che dalla Siberia alla frontiera con Trieste l’oca selvatica non è specie protetta. Ma quando supera Trieste lo diventa». Quindi «se poi tornasse a casa dopo avere svernato, pazienza. Ma rimanendo qui provoca dei danni micidiali». L’imprenditore dice che più di una volta ha invitato persone nella sua tenuta, anche contrarie alla caccia. «Ho mostrato loro i danni» ricorda, «e alla fine della visita tutti a dirmi “Guarda che disastro, ma cosa fai contro questa pestilenza?”».
La legge
Il Ddl, secondo i legislatori, nasce per gestire le specie selvatiche, sia nell’ambito della loro tutela, sia nell’ambito della convivenza con «l’attività umana», si legge. Non si tratta di una normativa ad hoc ma di modifiche sostanziali alla legge che finora faceva testo, la 157 del 1992.
«Ormai gli agricoltori e i cacciatori conoscono le obiezioni di chi contesta questo disegno di legge» dice Pasti, «per questo bisogna tenere ben presente che la legge norma la caccia. Chi va contro la legge va perseguito». La caccia «in Italia è regolamentata in mille modi» afferma Pasti, «anche per questa ragione i cacciatori e gli agricoltori, ossia coloro che vivono il territorio, sono le persone più indicate con gli etologi per comprendere il problema».
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