Borse di impiego contro la fuga dei giovani dal Veneto: «La Regione finanzi attraverso l’Irpef»
Mario Pozza, presidente della Camera di commercio Treviso-Belluno. «Trattenere i ragazzi, il nodo delle risorse: il pubblico intervenga»

«L’idea è buona, ma si deve affrontare il nodo delle risorse, il pubblico deve fare la sua parte. Proprio nei giorni scorsi, in Australia, un giovane veneto mi diceva che in 15 giorni prende quanto percepiva in Italia in un mese».
Mario Pozza, presidente della Camera di commercio Treviso-Belluno e di Assocamere estero, commenta così l’idea delle «borse per l’impiego», lo strumento lanciato da un manifesto firmato da docenti universitari, economisti, manager , sindacalisti, designer ed esponenti politici per combattere la fuga dei giovani al Veneto: oltre 7 mila nel 2024, a fronte di meno di 700 entrati.
Mancanza di di appeal, basse retribuzioni, standard dei servizi, perdita di competitività intaccano il modello veneto», dicono i firmatari del manifesto: i manager Luca Vignaga e Stefano Pozzi, gli imprenditori Carlo Pasqualetto (Azione) e Maurizio Zordan, i professori universitari Paolo Gubitta, Fabrizio Dughiero, Giancarlo Corò, Elisa Barbieri e Vania Brino, il consigliere regionale Nicolò Rocco (Azione), lo storico sindacalista Luigi Copiello, il creativo Matteo Pozzi.
L’iniziativa dovrebbe scaturire da un patto istituzioni-mondo economico per riconoscere ai neoassunti «borse di impiego» che integrino stipendi tra i più bassi d’Italia per garantire prospettive di carriera. «Penso a un tavolo che coinvolga tutte le istituzioni, Regione, Camere, categorie. Il momento per i privati è delicato, vedi il manifatturiero. Purtroppo scontiamo gravi ritardi, su questi temi»
Veneto inerte? O c’è altro?
«Altrove si sono mossi, se siamo in coda nel Nord... Penso al percorso fatto in Emilia-Romagna su ricerca, alta velocità, servizi, sono state destinate risorse, si è investito, magari con addizionali che qui invece non sono state applicate».
Tasse quasi di scopo?
«Qui le risorse non c’erano o sono state destinate ad altro. Poi certo ci sono iniziative, ma più congiunturali che strutturali, penso agli stage dove noi e le imprese in partnership eroghiamo 800 euro. Ma servono un disegno e una visione alti, dagli stipendi alla burocrazia, dalle prospettive ai servizi i per i giovani. E tanti Paesi stranieri ci insegnano le soluzioni»
C’è chi dice: un modello imperniato sulle Pmi non aiuta se si deve fare “massa”.
«Non condivido. Certo il veneto è fortemente ancorato alle Pmi, e direi più alle “p”! che alle “m”, ma questo non vuol dire che nel piccolo non possano esserci retribuzione adeguate e competitive. Né dimentico quante sono state o sono scuole d’impresa a loro volta. Sfatiamo questi pregiudizi. Anche welfare ed enti bilaterali sono nati prima nelle Pmi che nei grandi gruppi»
Secondo lei, da dove si deve partire?
«Si devono reperire risorse da mettere in campo per sostenere l’economia. Parlavamo di un Irpef ad hoc, prima: se la Regione ha una capacità sua di finanziare progetti, allora può diventare motore. Un altro aspetto che dobbiamo assolutamente superare è la penalizzazione dei nostri Comuni e Province, virtuose: hanno adottato politiche rigorose, ma poi si ritrovano punite al momento di avere i ristorni rispetto a chi aveva speso ed investito. Becchi e bastonati»
Conosce i promotori del manifesto?
«Certo, e do la disponibilità a un confronto. Ma voglio essere realista: il sistema Paese ha preferito investire su altro, vedi i bonus per l’edilizia, anziché scegliere altri fronti, dalle famiglie alle retribuzioni. Oggi paghiamo il conto. Per ripartire, lo dico con franchezza, si deve passare per domande semplici nella loro brutalità. Chi mette le risorse? E quanto? Che sia mal comune consola fin là, si deve voler uscire da questo cul de sac».
Pozza, non ha mai parlato di banche .
«Le pare ci sia un sistema veneto robusto? Una volta, forse, ora non più. Il potere finanziario è altrove».
I numeri della fuga
La fuga dei cervelli dal Veneto è misurabile. E, stando al Cnel, sono numeri in crescita. I neolaureati che si sono trasferiti all’estero nel 2014 sono stati 2.899, dieci anni dopo, nel 2024, sono stati 7.344. Più del doppio.
Nel 2014 la provincia che ha visto più neolaureati migrare era Vicenza (642), seguita da Treviso (591), Padova (554), Verona (467), Venezia (422), Belluno (124), Rovigo (99).
Dieci anni dopo la migrazione, tranne nei casi delle province di Rovigo (192) e Belluno (255), si conta in migliaia. Da Treviso sono partiti in 1.994, da Vicenza in 1.335, da Padova in 1.232, da Verona in 1.206, da Venezia in 1.130.
Naturalmente il peso e l’incidenza della migrazione è diversa provincia per provincia. Perché, a guardare la popolazione residente per esempio, i 2.034 neolaureati che in dieci anni hanno lasciato la provincia di Belluno, o i 1.560 che hanno abbandonato Rovigo, assumono un peso specifico più importante.
Una delle ragioni della migrazione, si diceva, è nel gap retributivo. Non solo a un anno dalla laurea i giovani percepiscono un netto inferiore mediamente di 800 euro rispetto al resto d?Europa, ma la differenza si mantiene anche a 5 anni dalla laurea: 2.891 euro mensili all’estero contro i 1.788 in Italia.
Non solo. A incidere è anche il tipo di contratto: in percentuale, sempre nello stesso arco temporale preso in considerazione, i contratti a tempo indeterminato, a un anno dalla laurea magistrale, interessa il 41,9 per cento di coloro che sono migrati all’estero ma solo il 28,8 per cento di colo che sono rimasti in Italia.
f. m.
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