Alberto Trentini è rientrato al Lido di Venezia: «Grazie a tutti, siete la mia comunità»
L’abbraccio con il padre Ezio, una passeggiata con un amico di famiglia, il giro in bicicletta per andare dal medico. In strada sorrisi e strette di mano: «Ho voglia di tornare alla mia quotidianità»

«Grazie Lido». Alberto Trentini è tornato a casa sua. Stavolta per davvero. Lo ha fatto a modo suo, senza proclami, con discrezione. E, soprattutto, con tanta voglia di normalità. Ormai alle spalle i 423 giorni di prigionia nel carcere El Rodeo I, a Caracas, il cooperante umanitario è di nuovo al Lido di Venezia.
L’isola dove è nato e cresciuto, e che in questi mesi interminabili si è stretta intorno ai genitori di Alberto, Armanda e Ezio, non facendo calare il buio sulla sua vicenda. È proprio a questa comunità che Trentini rivolge il suo primo pensiero da quando è tornato in laguna: un pensiero di pura gratitudine.
«Voglio dire grazie a tutti i miei concittadini del Lido, alla Mostra del Cinema, ad Articolo 21, alla stampa locale e a tutti coloro che hanno partecipato alle iniziative per la mia liberazione», dice Alberto mentre esce di casa sulla sua bici, «oltre ovviamente ai miei amici e ai miei genitori che si sono mobilitati. È stato molto bello scoprire che c’è una comunità così forte, onestamente mi ha sorpreso molto positivamente».
Poco e niente della mobilitazione sorta dal Lido e rimbalzata in tutto il paese, gli era del resto arrivato mentre si trovava detenuto in condizioni disumane in Venezuela: le comunicazioni con la sua famiglia e con l’esterno erano ridotte al minimo.
Il racconto di quei mesi - fatto di torture psicologiche, di privazione della libertà tra scarafaggi e zanzare in celle quattro metri per due, di tempo che scorre senza fine - è andato in scena domenica primo febbraio sera davanti a milioni di telespettatori durante la trasmissione Che tempo che fa.
Lì, alla domanda di Fabio Fazio sul senso oggi per lui della parola libertà, aveva risposto: «Stato di diritto, separazione dei poteri, diritti ma anche doveri». Aggiungendo poi, emblematicamente: «Ma la prima immagine che mi viene in mente è un tramonto sulla laguna di Venezia».
Ed è a questa immagine di libertà, e di normalità, che ora i suoi occhi stanno cercando di riabituarsi.
Ritorno alla normalità
Rientrato a Venezia lunedì 2 febbraio dopo alcune settimane a casa di parenti, abbracciato il papà Ezio che dalla sua scarcerazione l’11 gennaio aveva visto solo in videochiamata, da ieri martedì 3 febbraio Alberto ha iniziato a riappropriarsi, un passo alla volta, della sua vita. Un primo incontro con gli amici più stretti, una passeggiata in compagnia di un amico di famiglia lungo Riviera San Nicolò, affacciato sulla laguna che dà verso Sant’Elena e con San Marco sullo sfondo, senza una meta precisa se non quella di rivedere luoghi noti che sono rimasti vicini al cuore.
Un primo giro nel quartiere di Città Giardino, tra i più abitati al Lido e dove le voci corrono in fretta: «So che è tornato, non vedo l’ora di vederlo», dice Davide Ghedin che lavora nella tabaccheria dove a inizio gennaio c’era chi giocava al Lotto i numeri 1, 11 e 46: il giorno della liberazione di Alberto, il mese, e la sua età anagrafica. E poi la sua bici, finalmente, per girare quella striscia lunga di terra che è l’isola. Cose semplici, che per chi è cresciuto in un’isola in mezzo alla laguna sono tutto.
Pronti a festeggiare
«Se ho voglia di tornare alla mia quotidianità? Altroché! Non so se faremo una festa con i miei amici, non abbiamo ancora programmi», ride mentre inforca la sua bici e si allontana dalla chiesa di Sant’Antonio, teatro a gennaio del 2025 della prima fiaccolata cittadina per la sua liberazione. Sembra trascorsa una vita, ma il ritorno a casa cancella in un colpo il tempo dilatato trascorso in cella.
C’è il sorriso nel suo sguardo. I capelli sono ancora corti come quando è comparso per la prima volta in video dall’ambasciata di Caracas, la barba invece è cresciuta, i pantaloni comodi, giacca nera con il cappuccio e con le patch dei gruppi musicali attaccate, ai piedi scarpe da ginnastica e via verso la visita pomeridiana dal medico di famiglia che lo attende per gli ultimi controlli. Eccolo, finalmente, il sapore della libertà.
Certo, il suo volto è diventato riconoscibile dopo essere comparso per mesi dai balconi d’Italia, stampato sugli striscioni e sulle bandiere verde scuro che gridavano a caratteri cubitali: “Alberto Libero”. E in effetti, nel suo primo giorno a casa, non è mancato chi per strada lo ha riconosciuto e gli ha stretto una mano. Con un unico messaggio da affidargli: «Bentornato a casa, Alberto».
Ci vorrà tempo per elaborare tutte le sofferenze di questi 423 giorni. Ma da ieri Trentini lo potrà fare fianco a fianco con la comunità di amici e cittadini che in tutti questi mesi non l’ha mai dimenticato, da quel balcone di casa sua a Città Giardino. Dove la vista della laguna al tramonto è bellissima. —
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