Una food blogger in California

Sara Ghedina trapiantata a San Francisco ha un suo "diario" in rete
Non cuochi, anche se con una pignoleria da professionisti. Non arredatori, anche se con una attenzione estetica brillante. Non fotografi, anche se maniacalmente attenti al dettaglio. Soprattutto: appassionati.  Ecco cosa sono i food blogger, una folta comunità virtuale dedita a una passione: il cibo. Più che cucina, dunque, più che ricette, più che sapori e materiali.  Sara Ghedina, cortinese trapiantata a San Francisco, ha un suo diario in rete, One girl in the kitchen, nel quale racconta, sperimenta, fotografa.  Ecco come è diventata una food blogger: «Cercavo dei consigli per fare la pizza. A dire il vero, era diventata la mia ossessione: non capivo perchè qui a San Francisco l'impasto non mi venisse come in Italia. Così ho cominciato a cercare dei consigli on-line. Mi si è aperto un mondo: all'epoca c'erano solamente dei forum su Google. Ma il materiale era tantissimo e prezioso: un sacco di gente che metteva a disposizione le sue esperienze, le sue ricette. Dopo un po' ti conosci, entri in relazione: ti guida la curiosità. E inizi a sperimentare a tua volta». Dal forum al blog, il passo è stato breve.  «A giugno One girl in the kitchen compie due anni: passare al blog è stata una scelta naturale. Hai uno spazio tuo, lo gestisci come vuoi, sei più indipendente. E in più è una sfida: grafica e fotografica. Perchè i piatti devono anche apparire, e farsi belli davanti alla camera. Oggi ho circa 150 post: più di 200 lettori in Italia e una ventina inglesi. E' normale che sia così: nel mondo del food virtuale sono partita in Italia».  
Quale è il post a cui sei più affezionata?  
«Quello sugli spaetzle fatti in casa: il ricordo che ho, di quando li cucinavo all'Università, è lo stupore che questo piatto destava sempre nei miei amici studenti. E corrisponde all'inizio di questa bellissima follia culinaria: in fondo, era la prima volta che potevo mettere mano ai fornelli in autonomia. E, non volendo proprio vivere solo di caffelatte e scatolette di tonno, bisognava industriarsi, arrangiandosi con i soldi contati. Avere in tavola qualcosa di buono era davvero una gioia».  
Ma come decidi di provare una ricetta piuttosto che una altra?  
«Negli anni ho accumulato una serie di ricette che, a provarle tutte, ce ne sarebbe da qui all'eternità. Però spesso dipende da un particolare; non so, vedo una ciotolina e penso a cosa ci starebbe bene dentro: in questo caso mi spinge l'idea di una immagine. Oppure passo al supermercato e c'è un ingrediente che mi prende. Oppure, come nel caso della focaccia barese (che avevo già provato a fare tanti anni fa), parto da un libro: mentre leggevo "Una notte a Bari" di Gianrico Carofiglio, ho trovato una descrizione irresistibile di questa focaccia. Così mi sono detta: questa deve essere mia».  
Sperimentare, fotografare, postare: un hobby che chiede tempo...  
«Di fatto realizzo le mie ricette quasi esclusivamente nel week-end, alzandomi all'alba per avere la luce giusta (faccio solo foto con luce naturale). Ma è durante la settimana che mi vengono le idee».  
E poi, chi mangia?  
«Questo è un problema di tutti i food blogger: io, per esempio, vivo sola, e non posso mangiare quantità industriali di cibo, ovviamente. Allora si passa allo stoccaggio: i vicini di casa collaborano volentieri. E anche in ufficio si spartisce. Però, per esempio, anche i miei colleghi hanno alzato bandiera bianca perchè siamo in due a coltivare questa passione e, per un certo periodo, continuavamo a portare gran dolci. In ufficio siamo tutte donne, e tutte attente un po' alla linea, e quindi a un certo punto ci hanno chiesto una tregua. Poi c'è da dire che non tutto quello che viene cucinato si mangia: per esempio, io faccio sempre una porzione in più per la foto, e quella viene manipolata per esigenze di...copione. Non basta che sia buono: il cibo deve anche essere appetibile. Ovvio che dopo averlo unto di olio per dargli più colori e lucidità all'obbiettivo, quel cibo finisce nella pattumiera».  
E a San Francisco riesci a trovare i sapori italiani?  
«Devi girare, e avere pazienza. All'inizio quello che trovavo non mi soddisfaceva: i prodotti italiani all'estero spesso sono o troppo cari o troppo distanti dal gusto che hanno in Italia. Ma vivere qui è bello perchè in una grande città trovi tutto il mondo; quindi, anche tutti i cibi che il mondo mangia. Questo ti permette di coltivare un'idea di cucina veramente libera dagli schemi: puoi esplorare».  
Sapori, estetica, grafica, cura dei materiali: tutte parole lontane dall'idea tradizionale del cuoco sovrappeso e dalla massaia con il grembiulone. Si può fare una domanda indiscreta?  
«Vediamo».  
Ma tu, quanto pesi?  
«Questo non si può dire. Diciamo che i vestiti mi stanno sempre uguali. E che siamo un po' al di sotto della taglia 44!»  

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