«Staffetta partigiana a mia insaputa: a 16 anni deportato nel lager di Bolzano»

FELTRE. Sono passati 75 anni dalla fine della guerra, ma la Liberazione dal campo di prigionia nel 1945 e i mesi che la precedettero sono ancora ben chiari nella mente di Gianni Faronato, che all’epoca aveva solo 16 anni e che oggi, a 92, è presidente dell’Anpi di Feltre.
«A 16 anni mi sono trovato deportato in campo di concentramento con altri 114 Feltrini, perché un mio compagno di collegio mi aveva denunciato in quanto staffetta partigiana», racconta Faronato, «in realtà io non sapevo nemmeno che il direttore di allora del collegio, don Piero Dal Molin, mettesse i messaggi nella canna della bicicletta prima di affidarmela per portarla al parroco di Aune, che a sua volta avrebbe passato i messaggi ai partigiani in montagna, ma tanto è bastato per farmi rinchiudere nel lager di Bolzano, dove sono stato liberato dai partigiani solo il 3 maggio del ‘45».
Tornato a Feltre, Faronato parteciperà all’esultanza dei feltrini, che erano stati liberati il primo, e rimane ancora oggi uno dei pochi superstiti dei campi di concentramento a portare con sé, lucidi, i ricordi di quel momento e dei numerosi avvenimenti accaduti durante i cinque anni di guerra. «Nel lager, nel dicembre del ’44, ho passato anche il mio diciassettesimo compleanno, ma non fu certo un giorno felice. Lo vissi con grande malinconia», ricorda Faronato, «in più alla vigilia di Natale i tedeschi scoprirono un tunnel scavato da alcuni prigionieri per scappare e, una volta presi, gliene fecero di tutti i colori. Sono ricordi terribili».
Ricordando, poi, le condizioni di vita a Feltre, come in tante altre zone di occupazione nazifascista, Faronato parla della difficoltà di trovare qualcosa da mangiare e di come tutti, anche chi non partecipava attivamente al movimento partigiano, fossero impotenti e in balìa di un nemico tremendo che poteva decidere per la vita o la morte delle persone. Angosce che oggi tornano, sottoforma di un nemico invisibile.
«La paura è palpabile, ma dobbiamo combattere uniti, convinti che un’Europa solidale e coesa riuscirà a rialzare la testa. Purtroppo, è brutto a dirsi, la colpa è anche nostra, perché non siamo riusciti a risolvere tanti problemi importanti, trovando scuse e compromessi», spiega il presidente dell’Anpi di Feltre. «Ai ragazzi nelle scuole spiego sempre che non si può pensare che siano solo gli altri a fare del male, troppo spesso siamo noi che non riusciamo a fare del bene per cambiare le cose. Nella vita vanno assunte le responsabilità, prese le decisioni e bisogna conquistarsi con tenacia un mondo migliore. Il giorno della Liberazione deve essere lo sprone per farci riflettere: la pandemia ci ha detto chiaramente che dobbiamo cambiare rotta: sfidare la globalizzazione, evitare i tagli alla sanità, creare nuovi metodi di lavoro, rispettare il Creato, ritornare ad una politica meno litigiosa e attenta ai problemi della gente e riformare la scuola, che non deve solo istruire ma anche educare». —
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