«Scorgevamo le polveri di amianto ad occhio nudo»

PIEVE D’ALPAGO. Placche pleuriche, che anche a distanza di parecchio tempo possono diventare tumori ai polmoni, dopo aver lavorato per anni a contatto con le polveri d’amianto, alla Turbo di Pieve d’Alpago. Senza mascherine adatte e in mancanza di aspiratori. Guardavi in controluce e vedevi quella maledetta polverina bianca, senza sapere che era un attentato alla tua salute. Che si attaccava al toni e, prima della mensa, dovevi scrollartela di dosso con le pistole ad aria compressa.
Nel processo per lesioni colpose gravi e violazione del decreto presidenziale 303 del 1956, che obbliga datori di lavoro, dirigenti e preposti a far conoscere ai lavoratori i rischi che corrono e le norme di prevenzione, che vede imputati Giovanni Boschetti e Wilmer e Ivan Genoria, sono stati ascoltati i quattro operai ammalati: Walter e Adriano Peterle, Flavio Bortoluzzi e Damiano Bof.
Testimonianze drammatiche, dopo quella tecnica della dottoressa dello Spisal (Servizio igiene sicurezza ambienti di lavoro), Maria Teresa Riccio. L’operaio Walter Peterle, poi diventato caposquadra e capocantiere, ha raccontato al pm Katjuscia D’Orlando del «luccichio della polvere di amianto, nei raggi di sole che entravano. Nei primi anni su quelle caldissime turbine, non usavamo protezioni, poi sono arrivate le mascherine bianche, ma senza filtri. Prima di pranzo, eravamo bianchi».
Adriano Peterle faceva il saldatore ed «ero forse il più a contatto con le polveri. Ce n’erano moltissime e le scorgevo a occhio nudo. Alla fine di ogni settimana, portavamo a casa le tute per lavarle. Non c’erano aspiratori e non avevamo alcuna informazione. Ho anch’io queste placche pleuriche e diciamo che vivo alla giornata».
Bortoluzzi era un montatore meccanico: «Lavoravamo in un ambiente pieno di polveri e, solo negli ultimi anni prima della chiusura dell’azienda, con maschere e cuffie. L’unica cosa che ci davano era del latte, per smaltirle. Non fumo, ma ho queste placche soprattutto a destra, come testimoniato da tre tac».
Infine, Bof , un trasfertista, che ha lavorato soprattutto in cantieri esterni, tipo centrali elettriche. Ha confermato la versione dei compagni, aggiungendo che «una volta abbiamo lavorato a una turbina protetti da un telo di nylon. Una protezione al massimo per l’ambiente esterno, non certo per noi».
La dottoressa Riccio aveva appena descritto le procedure con cui gli addetti venivano visitati e si arrivava alla segnalazione della malattia professionale: «L’amianto non dà problemi se è compatto, mentre diventa molto pericoloso, quando è friabile. In questo caso, le fibre volano e colpiscono l’apparato respiratorio».
Boschetti è difeso da Massimiliano Paniz, che ha insistito sul fatto che anche il suo cliente respirava le stesse cose, quando arrivava in cantiere, mentre i due Genoria da Antonio Prade e Massimo Montino). Gli operai sono parte civile con Marinella Pasin, ma ci sono anche l’Aiea con Edorardo Bortoletto e la Fiom con Fulvio Carollo. Ripresa il 28 aprile con gli altri testi del pubblico ministero.
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