Ren, abitanti tornati a casa «Colpa di anni di incuria»

Il rientro dopo l’evacuazione di due settimane fa tra felicità e contestazioni «Dopo Vaia qui non è stato fatto nulla, la Val de le Eghe non è mai stata pulita»

gosaldo

Antonina, una siciliana che vive qui da quasi un quarto di secolo, Roberto e Giorgia, una coppia emiliana che da una decina d’anni ha scelto la montagna come luogo in cui far crescere i due figli, Ivo e Daniela che da Agordo salgono a prendere la legna, Piera che nel villaggio è nata 81 anni fa e oggi ancora ci vive.

Tra martedì pomeriggio e ieri mattina sono potuti tornare nelle proprie case a Ren, la frazione del comune di Gosaldo, a valle di Tiser, colpita duramente dall’ondata di maltempo dal 5 all’8 dicembre.

Dopo il crollo dei due ponti che collegano Ren e Coltamai con i Bitti erano stati evacuati. Ora, però, c’è la nuova “passerella” provvisoria di terra e massi.

«Non dovevano farci andar via», lamenta ancora Piera, «per me è stato uno shock. Non mi era mai toccato di lasciare la casa, neanche al tempo dell’alluvione del ’66. Allora sì, con il tetto volato nella valle e io qui con due bambine piccole, c’era la necessità di andar via. Stavolta no».

Ora, però, dopo oltre due settimane in cui è stata ospitata dai figli a Gosaldo e a Sospirolo, è contenta di poter passare il Natale a casa. Trova anche l’estro per ricordare che «volevano portarmi via con l’elicottero, ma gli ho detto che non avevo intenzione di morire prima del tempo».

Mentre parla un gallo canta, quasi a sottolineare un nuovo inizio. Ma mentre passeggi per le vie fra case diroccate e a rischio crollo, cocci di tegole per terra, cartelli “Vendesi”, solchi profondi creati dall’acqua nei prati, l’epigrafe fresca di un Masoch (forse uno dei tanti emigrati dopo il ’66) morto a Sedico nella zona della Nuova California, ti chiedi se piuttosto le voci tenaci e orgogliose di Antonina, Roberto, Ivo, Daniela e Piera non siano il canto del cigno di un borgo che negli ultimi cinquant’anni da piccolo centro con osteria e alimentari è diventato periferia della periferia.

Resistono le Madonne incastonate o disegnate sui muri, i capitelli (anche se uno è senza Cristo) addobbati con i ceri dell’Avvento, una gattina senza una gamba che trotterella ugualmente avanti e indietro. Ma le meridiane, scrostate o stinte, hanno smesso di segnare il tempo, il leone di San Marco è solo un’immagine e i cartelli del Parco che indicano il percorso della “Montagna dimenticata” a suonano come una presa in giro, ma traducono esattamente il pensiero degli abitanti.

«Dopo Vaia, qui, non hanno fatto niente», dice Antonina Chinnici, palermitana, proprietaria della prima casa ai Magaìt, “quartiere” di Ren, «l’avevamo detto all’ex sindaco che sotto le spalle del ponte c’era il vuoto. Pensavo sarebbe venuto giù a causa di un mezzo pesante e invece è stata l’acqua. Se avessero fatto qualcosa nel post-Vaia non sarebbe successo tutto questo».

La critica nei confronti della passata amministrazione comunale, guidata da Giocondo Dalle Feste, è forte. L’accusa, in particolare, punta alla mancata pulizia dei rii che, soprattutto dopo Vaia, si sono riempiti di materiale, impedendo all’acqua il normale deflusso.

«In tutti questi anni», le fa eco Roberto Boccaletti, arrivato a Ren con la compagna e due figli da Reggio Emilia, «non si è mai pulita la Val de le Eghe. Quello che è successo è il risultato di anni di incuria. Spero che ora tutti gli enti abbiano capito la lezione e che una cosa del genere non si verifichi più».

Ivo Ren, profondo conoscitore della storia della zona, porta l’attenzione anche su un altro corso d’acqua che scorre a monte dell’abitato. «Le valli sono piene di alberi e detriti che fanno diga», sottolinea, «l’acqua che non trova spazio esce dal letto e poi magari succede come con California, portata via dall’alluvione del ’66».

I solchi nel prato vicino alla sua casa sono stati causati proprio da queste acque. «Avevo segnalato il problema sia alla vecchia amministrazione comunale che ai servizi forestali», dice Ren, «avevo anche allegato una trentina di fotografie, ma nessuno mi ha risposto».

Chi abita la montagna è consapevole delle criticità e dei disagi che si possono incontrare. Chiede, però, il rispetto della dignità della propria scelta. «Le tasse le paghiamo anche noi come gli altri», conclude Roberto. «Se abbiamo pensato di andarcene? No, almeno per ora». —



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