Ragazzi chiusi in camera L’angoscia della prof: «Quando li libereremo sapranno ancora vivere?»
le riflessioni
«Davvero non si poteva fare di più?». La domanda sorge spontanea tra i prof che ancora una volta in questo infinito periodo di emergenza si trovano separati dai propri studenti. Docenti divisi tra una scuola rispettosa delle regole e un territorio che paga un aumento dei contagi. A dare voce alla categoria è Simonetta Dal Zotto, professoressa alle medie di Val di Zoldo, che in una lettera aperta invita a non permettere lo stop al mondo della scuola e alla socialità che lo contraddistingue e che tanto fa per la crescita di ogni studente.
«Ai colleghi più attenti non saranno sfuggite le lacrime dei ragazzi che venerdì si sono salutati», scrive l’insegnante, «occhi gonfi di lacrime difficilmente trattenute, lacrime che riempivano gli occhi dei ragazzi, ma anche i nostri: lacrime di dispiacere, lacrime di impotenza, lacrime di frustrazione, lacrime di rabbia, lacrime sprigionate da un senso di fallimento. Questi ragazzi, che da un anno crescono dentro le case, più spesso dentro le loro camerette, con qualche raro sprazzo di vita intermittente. Quando li libereremo, questi ragazzi sapranno ancora vivere? O, peggio, avranno ancora la voglia e la capacità di stare nella realtà?».
Da tempo docenti, alunni e famiglie sono costretti a lottare contro tablet, smartphone e wifi e in molti si chiedono se davvero quest’anno di chiusura non sortirà alcun effetto sull’equilibrio fisico e mentale delle nuove generazioni: «Non stiamo parlando di centri commerciali o bar, ma della scuola che, pur con tutti i suoi limiti, riesce ancora ad essere un luogo di apprendimento, ma specialmente un luogo di socialità e di aggregazione. La scuola concorre alla formazione del cittadino, ma soprattutto accompagna nella crescita, perché fa confrontare con il gruppo, che è simbolicamente la cifra della società in cui siamo inseriti», sottolinea la docente, «abbiamo accettato e siamo riusciti a far accettare ad alunni (e genitori) misure anti-contagio molto spinte, come l’uso costante di disinfettanti, di mascherine spesso scomode e puzzolenti, quarantene anche per la carta e distanziamenti fisici; possiamo e dobbiamo accollarci il rischio di contagio a scuola, perché un Paese che rinuncia all’istruzione è un Paese che non può sperare di avere un futuro! Ma forse questo Paese ha rinunciato ad averne uno…».
Una situazione che molti insegnanti vivono su entrambi i fronti, sul lavoro e a casa: «È trascorso un anno e io non ne posso più di far ricadere il prezzo di questa pandemia sui miei figli! Perché devono pagare loro per tutti? Con tutta probabilità dovranno pagare ancora, perché è chiaro che dovranno farsi carico nel loro futuro anche della restituzione dei ristori di oggi», fa notare con forza l’insegnante, «sono stufa delle contraddizioni: i miei figli non possono andare a scuola, ma fino allo scorso weekend Palafavera, le piazze e i locali traboccavano di adulti, comitive di sciatori, di “ciaspolatori”, di camminatori e di persone in cerca di ossigeno. I miei figli non possono andare a scuola, ma i loro nonni possono andare tutti i giorni al supermercato a fare la spesa, i miei figli non possono andare a scuola, ma dov’era chi avrebbe dovuto controllare quando c’era chi non si preoccupava di indossare le mascherine? La scuola», conclude nella sua lettera Simonetta dal Zotto, «lo insegna: le regole non servono, se non c’è chi le fa rispettare. È ora di smetterla con l’ipocrisia e mi permetto di dire che voglio la riapertura della scuola, perché la scuola si è impegnata molto nel far rispettare le regole. Quindi, per concludere, mi chiedo e vi chiedo: davvero non si poteva fare di più? Davvero non si poteva fare meglio?». —
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