Quant'è salata la mia acqua

Merce da vendere o bene collettivo?
La continuano a chiamare risorsa. Per pudore, o per interesse, dicono che è «scarsa» e che dunque va «gestita» con oculatezza. Ma da quella definizione deriva una serie di politiche e di atti pratici che infilano la cosiddetta «risorsa acqua» dentro il labirinto degli «sfruttamenti» e del mercato. Dietro le parole si nascondono cose. Questioni corpose. Tutto è incominciato quando l’acqua è passata da «diritto» a «bisogno». Perché il diritto va garantito, il bisogno va soddisfatto. Ha un costo, basterà pagare. Nel 1992 il principio economico trova formale definizione nella Dichiarazione di Dublino: «L’acqua ha un valore economico in rapporto ai suoi diversi usi e deve dunque essere riconosciuta come un bene economico». Se fino allora l’acqua era stata un servizio pubblico, da quel momento incomincia a diventare una merce, da vendere e comprare. La metamorfosi dell’acqua, che pur rimane uguale a se stessa nella formula H2O, inizia lì, e ormai si è quasi compiuta. Le varie tappe della trasformazione, insieme alla situazione attuale ancora così condizionata dalle incertezze, è ben riassunta da Giuseppe Altamore nel libro «Acqua S.p.a.» ovvero «dall’oro nero all’oro blu», edito nella Piccola biblioteca Oscar Mondadori (234 pagine, euro 8,40). Il fatto è che l’acqua è passata da bene a merce.


Passata, intendiamoci, nella legislazione e quasi ormai anche nell’immaginario collettivo. Tuttavia resiste tenace quella «percezione» dell’acqua che la riconosce come un bene pubblico e un diritto di tutti. Però non è più così. Come è iniziata questa trasformazione e perché? In Italia c’è sempre stata, e c’è, abbondanza di acqua. Sarà per questo non è mai stata gestita con efficienza e parsimonia. Spesso gli acquedotti pubblici sono dei colabrodi, altrettanto spesso sui lavori pubblici del sistema idrico si sono ritagliati affari inconfessabili, come del resto in molti altri settori. Adesso tutte le previsioni scientifiche indicano che l’acqua non è più un bene infinito e che il clima del pianeta sta cambiando. Perciò, si sostiene, occorre correre ai ripari. Si è detto: basta sprechi, e dunque basta con l’acqua gratis, o a basso prezzo, per tutti. Si è fatta un’equazione tra basso costo e spreco o cattiva gestione. Dati alla mano, Altamore mette in dubbio questa equazione. Per indurre al risparmio dell’acqua e a una gestione più efficiente, si è deciso che occorre «privatizzare» perché solo così, si presume, si possono introdurre criteri corretti di gestione. Si ritiene che facendola pagare più cara ciascuno di noi stia ben attento a come la usa, cioè la usi in quantità minori e per quello che serve veramente. Ma quanto incide il risparmio di ognuno di noi sul totale degli usi dell’acqua, compresi quello industriale, idroelettrico e irriguo, l’ultimo dei quali è la quintessenza dello spreco? «Privatizzare» non vuol dire affermare che l’acqua è privata: il principio è rimasto, l’acqua resta pubblica, di tutti, però diventa privata la gestione. La si affida a società private. Oppure a società per azioni, gli azionisti delle quali sono pur sempre enti pubblici, cioè Comuni, Province e Regioni, ma che funzionano secondo criteri e finalità privatistiche. Devono garantire un servizio efficiente, ma nello stesso tempo anche un dividendo agli azionisti (pubblici). I comuni sono contenti perché da un lato si liberano di un «peso» nei loro bilanci, dall’altro incassano (o incasseranno) introiti corposi.


Ma alla fine chi paga? Paga il cittadino che diventa cliente al posto di utente, come accade per molti servizi pubblici. Paga con la tariffa e la bolletta che infatti sono aumentate, in alcuni posti a dismisura. Perché è la bolletta che copre interamente i costi, compresi quelli dei previsti, enormi investimenti futuri, ma era così anche con il servizio pubblico (che copriva mediamente il 95% dei costi). Per caso, adesso qualcuno ci guadagna? E se non ci guadagna, cosa ci stanno a fare le grandi multinazionali dell’acqua? Funzionando con i meccanismi di una società privata, anche se sono «pubbliche», queste società non sono sottoposte né a un diretto controllo dei Comuni, né a quello dell’opinione pubblica. Né i cittadini né i sindaci stessi sono in grado di partecipare alle decisioni cruciali nel momento in cui si formano nei consigli di amministrazione. «Dodici gruppi», scrive Altamore, «dominano la scena del mercato dell’acqua in Italia, veri e propri colossi finanziari quotati in Borsa, alimentati da miliardi di metri cubi d’acqua. Società che sfuggono al controllo democratico dei cittadini, che continuano a eleggere gli amministratori locali ma che non hanno alcun potere diretto sui consigli di amministrazione delle nuove aziende che offrono servizi essenziali che vanno dall’acqua all’energia, dai trasporti ai cimiteri». Ogni riferimento a Bim o Ascopiave è assolutamente casuale. Questo è solo il primo passo, perché la legge stabilisce che il gestore unico del servizio debba essere scelto con gara d’appalto internazionale alla quale possono partecipare sia le attuali Spa «pubbliche» sia altre società private. Di qui la corsa alle alleanze e alle fusioni tra multiutilities pubbliche, per «reggere» il confronto sul mercato con i colossi privati.


Ma in questo quadro avranno molta più forza di oggi le grandi multinazionali dell’acqua (in particolare le francesi). Il passaggio in ampie aree dell’Italia è già stato compiuto, con il risultato di un forte aumento delle bollette (è il cittadino che paga il conto di un’acqua sempre più salata), proteste di comitati spontanei, lamentele di enti locali che cercano tardivamente di tornare «indietro», ricorsi al Tar. C’è perciò chi rimette in discussione la «privatizzazione» come soluzione al problema dell’acqua. E c’è chi sostiene che questo sistema di privatizzazione è iniquo, che il «pubblico» sarebbe in grado di far funzionare il sistema idrico senza sprechi, ed anzi funzionerebbe meglio come, nonostante tutto, l’esperienza italiana indicherebbe. E c’è infine chi propone che, anziché dare ai privati tutta la gestione integrata, sarebbe meglio affidare loro solo la costruzione e la gestione di singoli impianti. Problemi complessi, come si vede. Ma è una complessità che non può essere annullata dall’idea semplice del «mercato» in grado di risolvere ogni problema sociale. Questa, pare dire Altamore, è la vera «ideologia»: l’acqua fa parte di un problema sociale complesso, e come tale il coinvolgimento dei privati non può avvenire senza un forte ruolo di regolazione pubblica. Comunque la si pensi, «Acqua Spa» è un libro che disegna la mappa della battaglia dell’acqua in corso in Italia (e anche nel mondo). E’ ricchissimo di dati, cifre, nomi, informazioni. Con i quali tutti noi siamo destinati incontrarci (o scontrarci) nel nostro prossimo futuro. E nella nostra prossima bolletta.
Argomenti:acquaambiente

Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi