Paramassi, opere in ritardo «Ma sono molto complesse»

Sono 86 i siti valanghivi dove intervenire, gli alberi schiantati non verranno tolti se prima non saranno messe le protezioni. Lavori difficili e ditte da trovare 

BELLUNO. Il Commissariato per la ricostruzione dalla tempesta Vaia convocherà nei prossimi giorni i sindaci per far partire il piano anti-valanghivo.

In queste settimane, sul territorio ci sono proteste perché i residenti o i turisti non vedono lavori in corso sui versanti ancora coperti dagli alberi schiantati. L’uragano di fine ottobre ha provocato ben 145 siti valanghivi sulle montagne venete, 86 dei quali a ridosso di abitazioni o strade comunali e altri 59 che incombono su arterie provinciali o regionali.

La superficie complessiva è di ben 1230 ettari. Oltre 600 gli abitanti di edifici che si trovano ai piedi di queste zone a rischio; nel solo Comune di Livinallongo sono 334.

«Intervenire è di una complessità estrema – spiega il sindaco Leandro Grones -. Esige, infatti, una progettazione molto lunga e complicata che, peraltro, “Veneto Strade” sta portando avanti in modo encomiabile, con determinazione e rapidità. Ma bisogna avere pazienza. Nel nostro territorio, il più colpito dalle possibili frane – sottolinea Grones -, sono partiti solo due cantieri».

Si tratta di decidere, ad esempio, se per un determinato declivio sia più opportuno installare una rete metallica, magari elastica, oppure una tradizionale barriera paramassi o, ancora, una serie di cavalletti treppiede, in legno piuttosto che in acciaio. Alle spalle delle scuole elementari di Livinallongo, dove la montagna scende ripida, si è preferito utilizzare quest’ultima misura perché tra una decina d’anni potrebbe consumarsi, lasciando il posto al bosco che nel frattempo si sarà materializzato.

Ecco il problema. L’assessore Gianpaolo Bottacin lo dice chiaramente: non possiamo riempire la nostra montagna di acciaio, ovvero di barriere o reti. In tanti casi bisogna mixare le soluzioni.

«Si tratta di aree a ridosso di centri abitati o di strade, caratterizzate da terreni in versante con pendenze spesso elevate e con salti di roccia e pareti verticali – spiega Bottacin -. Il loro accesso è reso quanto mai difficoltoso dalla presenza delle piante schiantate al suolo, oltre che dall’effettiva morfologia del luogo». I cantieri, dunque, vengono programmati anche in base a queste difficoltà.

Difficoltà, però, che spiegano, anzi motivano, gli alberi che sono rimasti sul posto.

«Sono state queste piante, l’inverno scorso, a fare da paravalanghe – ammette il sindaco Grones -. Se le avessimo levate immediatamente, con la neve sarebbe venuto giù tutto». È di questi giorni una foto che sta girando sui social di una grande ceppaia scivolata a valle e fermatasi su una strada. Il rischio – osserva l’assessore Bottacin – è anche questo: che eventuali bombe d’acqua trovino versanti ripidi e liberi dagli schianti, penetrino nelle buche delle ceppaie e movimentino la terra fino a far scendere a valle i materiali. Le piante, dunque, resteranno al loro posto almeno finché non saranno tirate su le reti di protezione.

Non solo, ma – mette le mani avanti Grones – in alcuni casi le stesse piante potrebbero essere lasciate sul posto per rafforzare le misure di protezione. Nelle progettazioni di “Veneto Strade” sono previste, inoltre, opere di ritenuta della neve per limitare il potenziale distacco delle valanghe. I soldi ci sono già, tutti – proprio tutti, afferma Bottacin -, mentre qualche problema si porrà per le squadre di rocciatori che saranno mobilitate in gran numero nello stesso periodo di tempo. Squadre così professionalizzate non si trovano facilmente. —

Francesco Dal Mas

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