L'editoriale/ Perché Tambre è in fondo ogni nostra città

A Tambre, in provincia di Belluno, ai piedi del Monte Cavallo e vicino alla Foresta dei Dogi, hanno avuto un’idea che ci riguarda.

Il Comune ha deciso, «grazie alla grande disponibilità di don Ezio, il parroco», che quando nascerà un bambino si faranno risuonare le campane. In segno di speranza, visto che il paese vive un calo demografico serio. Ci sarà anche un annuncio sulla bacheca della piazza con il disegno di una cicogna. Ma le campane hanno un altro fascino.

Perché questa cosa ci riguarda? Perché ora, con il Covid, il tema prescinde dalla geografia: ferisce i villaggi come le metropoli. In Italia si nasce sempre meno e per l’Istat c’entra «il clima di incertezza e paura associato alla pandemia».

In un certo senso Tambre è ogni nostra città.

Nel 1921 a Tambre vivevano 2.565 persone. Erano tempi difficili ma anche tempi aperti: finalmente si ricominciava a respirare dopo la più grande pandemia della storia del pianeta. L’influenza spagnola stava finendo, la Grande Guerra era alle spalle. La storia del costume racconta un’epoca di idee, di inizi.

La radio italiana avviava le trasmissioni; Coco Chanel inventava un profumo chiamandolo n.5 e c’era una novità in cucina: era arrivato il tostapane. È passato un secolo. Quel profumo rimane famoso e il tostapane resiste, eroico. Ma è tornata una pandemia, con il suo carico di strazio. E Tambre conta 1.400 abitanti.

È il 44% in meno di sorrisi, rabbie, incontri, sogni e corse nei prati. È l’energia di una comunità, che si prosciuga.

Sul metallo di tante campane antiche è incisa una frase in latino: la mia voce è il terrore di tutti i demoni. Oggi i pericoli sono letali e invisibili e noi mica siamo gli Avengers, abbiamo paura. Le campane di Tambre suonano contro i demoni moderni, quelli dell’angoscia virale. Eppure qualcuno non si arrende, qualcuno si innamora. Magari finisce l’emergenza, magari imparerò una cosa in più, magari andrà meglio. E poi, din, don, nasce un bambino.

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