La variabile delle nuove tecnologie destinate a restare dopo il Covid

IoT, robot, blockchain: si va verso altri modelli di global business, non tutte le imprese sono pronte
Giancarlo Corò



Se il 2021 si è chiuso con una crescita del Pil che ricorda gli anni del boom economico, non possiamo tuttavia dimenticare che nel 2020 – periodo di riferimento per l’analisi dei bilanci presentati in questo speciale – la caduta dell’economia è stata come nel 1945, anno che segna la fine del periodo più buio del ‘900. L’uscita dalla pandemia appare per fortuna meno drammatica di quella post-bellica, ma non di meno siamo di fronte alle sfide di una difficile ripresa, che non riguarda solo l’economia, ma cambiamenti tecnologici, tensioni sociali ed equilibri geopolitici di un mondo diventato all’improvviso molto più turbolento. Difficile pensare che in tale contesto le imprese del Nordest potessero mantenere la velocità di crociera degli anni pre-Covid. Fatturati e redditività del 2020 non potevano perciò che subire i colpi del primo anno di pandemia, anche se le analisi presentate in questa pubblicazione mostrano situazioni eterogenee, dovute sia ai settori di appartenenza, ma anche alla diversa capacità di assorbire la caduta della domanda. Il comparto turistico, dei viaggi e dell’accoglienza è stato quello più colpito. Ma anche industria meccanica e filiera automotive hanno subito nel 2020 un pesante rallentamento. Lo stesso per il comparto moda. Mentre già nella seconda metà dell’anno il legno-arredo aveva dato segnali di ripresa, che si sono poi consolidati grazie al boom delle ristrutturazioni edilizie del 2021. Com’è intuitivo sono invece andate molto bene le imprese collegate al business bio-medicale e farmaceutico, chimica compresa. Anche l’alimentare ha mostrato buone performance, sia pure dovendo ridefinire in poco tempo i tradizionali canali di vendita. La specializzazione territoriale dell’industria spiega anche i diversi andamenti delle province.

Tuttavia, un dato comune appare la maggiore capacità di adattamento alla crisi delle imprese di dimensione minore, sia pure all’interno della fascia di aziende comunque più strutturate, quali sono le Top 500. La ragione è evidentemente dovuta ai minori costi fissi delle piccole imprese, che hanno perciò più margini per reagire alle riduzioni della domanda, contenendo il calo di redditività e muovendosi con meno vincoli alla ricerca di nuovi mercati. In alcuni casi questi mercati sono arrivati grazie all’interruzione delle catene di fornitura internazionale, che ha portato le imprese maggiori a rivedere le politiche di global sourcing. È facile prevedere che i processi di reshoring – o, più verosimilmente, di nearshoring, ovvero di spostamento delle forniture dall’Asia all’Europa – continueranno anche nei prossimi anni. Senza tuttavia farsi troppe illusioni, né sull’effettiva consistenza di questo fenomeno, né sui possibili impatti economici e occupazionali. Da un lato ci stiamo infatti accorgendo quanto lo sviluppo delle catene globali del valore sia stato un fattore fondamentale nell’industria moderna: dalla farmaceutica, all’elettronica, all’automotive, fino al tessile-abbigliamento. Numerose imprese del Nordest, soprattutto fra le Top 500, lavorano attivamente all’interno di queste catene, siano esse fornitrici o acquirenti, molto spesso svolgendo entrambe le funzioni. Modificare la geografia internazionale della produzione è tutt’altro che semplice, non solo per ragioni di costo del lavoro, ma anche perché la competitività dei cluster industriali dell’estremo oriente è cresciuta grazie allo sviluppo di competenze, know-how e capacità di innovazione. Per riavvicinare le produzioni sono dunque necessari investimenti consistenti in impianti, tecnologie, formazione del capitale umano e della rete imprenditoriale. Operazioni che non si improvvisano e che comporteranno una crescita dei costi, di cui l’attuale balzo dell’inflazione rischia di essere solo un assaggio.

Il capitalismo del Nordest si trova perciò di fronte a trasformazioni che non potrà eludere, a partire da quella tecnologica, di sostenibilità e di governance. L’emergenza coronavirus ha impresso una forte accelerazione all’adozione di tecnologie digitali in diverse aree e funzioni aziendali: dall’organizzazione dello smart working, all’interazione con i consumatori, alle relazioni con la catena di fornitura, ai servizi di assistenza in remoto, all’introduzione di tecnologie avanzate nelle operations. La maggior parte dei cambiamenti indotti dall’adozione di queste tecnologie rimarrà anche quando la pandemia sarà superata. Le tecnologie digitali adottate per far fronte all’emergenza – software per teleconferenza e telepresenza, training a distanza, piattaforme per collaborazione in remoto, Internet of the Things, Virtual-augmented-mixed realty, Digital twins, sistemi di automazione e robotica – abilitano un maggiore coordinamento a distanza delle attività produttive, quando non l’integrazione vera e propria delle operations a scala globale. L’impiego di tecnologie blockchain apre nuovi modelli di regolazione degli scambi, assicurando la tracciabilità di processi e componenti lungo la catena del valore. La possibilità di impiegare il Cloud per alcune di queste tecnologie riduce i costi fissi di accesso e abbassa, di conseguenza, le barriere all’entrata anche per le PMI. Ancora più dirompente per la geografia della produzione saranno gli sviluppi della manifattura additiva, che rendono possibile “materializzare” in prossimità dell’utilizzatore un prodotto generato da un flusso di informazioni originate da un luogo remoto. Anche se per alcune di queste tecnologie siamo solo all’inizio, il loro sviluppo è destinato a crescere in modo esponenziale con l’apprendimento tecnico e sociale, oltre che per le note esternalità di rete (l’utilità di impiego di una tecnologia cresce con la sua diffusione). Le nuove tecnologie stanno dunque disegnando scenari per nuovi modelli di global business, per i quali non tutte le imprese sono pronte. Allo stesso tempo, le nuove tecnologie saranno strumenti fondamentali per strategie di sostenibilità, a partire dall’efficienza energetica e nel consumo di materiali, il cui costo costituisce oggi uno dei principali vincoli per la ripresa. In tale scenario un cambiamento da non sottovalutare riguarderà la governance dell’impresa, nella quale dovrà crescere il ruolo diretto di manager, tecnici, lavoratori, fornitori strategici. A ben vedere, senza quest’ultimo cambiamento tutte le altre innovazioni risulteranno più difficili. —





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