Il sogno del fabbro
L'ultima forgia diventa museo

La fucina di Lorenzet
A guardarlo che ti viene incontro all’uscita della sua officina dietro la chiesa di Mel, assomiglia come una goccia d’acqua a Cipputi. Il toni di chi lavora sodo, il berretto col frontino all’indietro, le mani solide di chi è allenato a maneggiare arnesi duri. E la parola diretta, senza tanti fronzoli, l’ironia tagliente. Ma Antonio Lorenzet, detto Toni de Pino, quando entra nell’officina si trasfigura in un dio antico, un Vulcano che nel suo antro domina fiammate e magli.
E’ uno degli ultimi fabbri in provincia. O almeno uno degli ultimi che lavorano come una volta. Con gli attrezzi di una volta. Con i macchinari di una volta. Il maglio, per dire, è datato 1931. Lui in quell’anno non era ancora nato, il fatto accadde qualche anno dopo, nel 1944. Ma papà Pino il fabbro lo faceva già. Per la verità non si chiamava Pino, ma Pietro, e fu Maddalena la mamma di Toni, che di cognome faceva Nard, a cambiargli il nome. Il perché resta oscuro. «Era più corto», sostiene Toni. Epperò, diciamo la verità, non risulta un grande risparmio di fiato tra Piero e Pino. Chissà allora perché. Ma per la storia patria, e soprattutto per la storia di Toni, poco importa.
Nato in tempi di guerra. Lui, l’abbiamo detto, è venuto alla luce nell’aprile del 1944. Tempi di guerra, tempi duri. Se è nato il 22 aprile del 1944, allora fu concepito nove mesi prima. Giorno più giorno meno, arriviamo a una data fatidica, lì dove i destini d’Italia e quelli di Toni si incrociano: 25 luglio 1943. Anche le cronache locali riferiscono che fu giorno di giubilo: cadde il fascismo e fu arrestato Mussolini, chiamato in Valbelluna Mus de Nini. Sì, piacerebbe credere che le coincidenze abbiano un senso. Battezzato di guerra, Toni compie un anno quando tutto finisce, i tedeschi si arrendono ai partigiani e arrivano gli inglesi. In famiglia sono cinque fratelli e due sorelle. Lui è l’ultimo della serie. Serie lunga come consuetudine in quei tempi. Le due sorelle fanno le sarte, una da uomo l’altra da donna. I fratelli tutti fabbri, tornitori e fresatori. La storia di questa dinastia di fabbri parte da Pietro-Pino, orfano di mamma e papà, che per la verità faceva il calzolaio ma che poi impara l’arte da uno zio, il Bepi Rossa che faceva aratri in quel di Trichiana. Il mestiere, a Pietro-Pino, glielo insegna dunque Bepi, al Giardinetto dov’era finito dopo essere passato per la Marteniga a Santa Tecla, posto di anguane. Il paesaggio in quegli anni è tutto diverso da quello che trovate adesso. Uno stradone lungo, l’ombra di un paio di case, il resto campagna. Non c’era certo la Ceramica Dolomite che oggi domina il panorama. All’inizio, alla fine e in mezzo al rettilineo oltre alle due case c’erano tre bar, partendo da Toio Fret e arrivando al bivio per Cavassico (de sora e de sot). Il Giardinetto si chiamava così perché aveva appunto un giardinetto, uno dei due mitici locali da ballo dei dintorni (l’altro era il bar delle Rose, dall’altra parte del paese a Farra di Mel). E’ in quel paesaggio, fisico e sentimentale, che il bimbetto cresce.
Tra scuola e officina. A otto anni è già bello e pronto per l’officina, sotto l’occhio di papà. La scuola? Non si usava. Lui per la verità studiare voleva davvero. A opporsi fu soprattutto la mamma. Se avesse studiato, il mondo avrebbe avuto un perito in più e un fabbro in meno. Chissà chi ci guadagnava. Ma lui era testardo, e a scuola voleva proprio andarci. Così finì che colse l’unica possibilità: «Le serali, su e giù in bicicletta. Tre anni all’Iti a Belluno, per farlo tagliavo la corda. E erano pedate nel culo». Dei fratelli Lorenzet è l’unico che va ancora avanti col lavoro nel posto di sempre. Per anni ha lavorato insieme al padre che in officina «a 87 anni andava ancora su e giù per la scala» col rischio di rompersi l’osso del collo. Lui è ancora lì tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. Per vederlo lavorare arrivano le scolaresche, ma anche gente in bicicletta in uniforme da ciclista. Nel suo antro, che poi è bello largo che saranno cento metri quadrati in un ingombro ordinato di torni, frese e presse dominate dal maglio che è un monumento, Toni accende il fuoco, libera il soffione che butta sù l’aria da sotto, alimenta la forgia a carbone. La fiamma è di quelle che stenti a domare, ma lui ha l’arte dalla sua, la controlla, prima la soffoca nel fumo, poi la tiene viva con pochi movimenti misurati, fatti di storia e muscoli. Mette a scaldare per bene l’acciaio, e quando è al calor bianco lo batte sull’incudine e lo passa sotto il maglio antico. Anche dare martellate non è cosa da poco, bisogna saperlo fare, lasciare il martello sempre in rimbalzo, guai a volerlo fermare, sennò il colpo sale per il braccio e logora i tendini. Ed ecco, in pochi minuti il cugno per spaccare la legna è pronto a raffreddarsi sull’erba in cortile.
Per temprare le roncole, invece, si mettono dentro fino al manico nella vasca dell’olio. Roncole, ciodi de cristo, treppiedi, pai de fer per i bastoni dei fagioli, mollette da larin, pale per le braci, sofiadòr. Ma anche picadòr per appendere le roncole alla cintura, e netascarpe, quei ferri che si mettono fuori dalla porta in campagna per togliere il fango. E feri da scarpe, ramponi per andare in montagna. Molto richiesti: «Vanno via bene», dice Toni Lorenzet, «per quanti ne faccia li vendo tutti». Anche cancellate, lavori in ferro battuto. Per questi, però, specialisti sono i Coriani di Lentiai: «Non siamo in concorrenza, loro fanno tutto un altro tipo di lavoro. Noi lavoriamo in un ramo, loro in un altro, e sono proprio bravi». Gli attrezzi fatti come una volta sono rari. Adesso corrono a comprarli in qualche grande magazzino, ma vuoi mettere? «Sono prodotti industriali, trapole. Se uno vuole una ronca buona, deve venire da me». Sono il frutto di una passione per il lavoro che quando ti prende non ti molla più.
Un sogno nel cassetto. E’ stata una vita mica facile, quella di Lorenzet, fatta anche di malattie oltre che di fatica. Però aveva anche le sue allegrie e le sue soddisfazioni. «Si andava alle fiere», ricorda, «quella di Verona, quella di Padova. E si mangiava allora al ristorante. E a 18 anni andavo a Parma col camion, da Ravasini Ennio, a prendere le pompe per i carri-botte, servivano a spargere il liquame nei campi».
E oggi? Oggi i tempi sono cambiati e i saperi vecchi si perdono. Anche la scuola edile, fucina di maestri muratori, adesso emigra da Mel a Sedico. Il trasloco fa scandalo a pochi. Di fabbri non ce ne sono più. Ricambio difficile: «Non si può più neanche insegnare ai ragazzi», l’artigianato ha cambiato forma e sostanza, certo non si fa più con gli strumenti di una volta, più che a occhio e muscoli e segreti del mestiere si va a computer. E poi bisogna rispettare ben altre regole e burocrazie. Alan, all’anagrafe Allan, il figlio di Toni (l’altra figlia, Arianna, lavora in un’occhialeria) ha scelto un’altra strada per la sua vita, fa l’elettricista, vedi te. A registrare il lavoro, le mosse e le parole dell’ultimo fabbro vengono a Mel gli esperti di etnografia, come Daniela Perco del Museo provinciale di Seravella. Lui ha un sogno, che forse si avvera: trasformare la sua officina in un piccolo museo. «Ma che reste paròn mi, no che i vegne a darme ordini». Resterebbe a disposizione anche per le scuole, e aprirebbe bottega una domenica sì e una no. «La cosa più importante è che vengano a vedere come si batte sull’incudine». Toni, Maestro fabbro, è il depositario di un sapere che non dovrebbe andare perduto, ché poi non si recupera più. Chissà che lo ascoltino. Ma il paese è cambiato. Lui si guarda intorno e dice: «Mel i lo à rovinà i siori. Ancora adesso quando passo per la strada mi guardano storto». Che di testa siano cambiati meno di quanto è cambiato il paese? «Io lo dico e lo ripeto ai ragazzi quando vengono qui: su co le rece, quei là i è boni de farve caminar ancora sora i ciodi».
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