Il no veneto al “baratro” «Noi supereremo la crisi»

VENEZIA. Divisi di fronte al baratro, per usare l’immagine evocata dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Perché se da una parte c’è un «Nordest che a causa delle ridotte dimensioni medie delle sue imprese sta soffrendo tremendamente e forse più di altre parti del Paese» sottolinea Roberto Zuccato all’indomani dell’assemblea nazionale di viale dell’Astronomia, dall’altra c’è un Nordest che non accetta i toni drammatici usati da mister Mapei: a suo dire il Nord è sull’orlo di un baratro economico che trascinerebbe tutto il Paese indietro di mezzo secolo. «Dove erano questi signori» attacca Giuseppe Sbalchiero, presidente di Confartigianato Veneto, «quando nelle kermesse confindustriali si parlava della necessità di delocalizzare, della possibilità di avere sviluppo mantenendo solo la “testa” delle aziende qui portando all’estero la produzione. Questi che adesso parlano del Nord sull’orlo del baratro, dov’erano?».
Il baratro c’è, nessuno lo contesta. «I mercati che crescono sono lontani e le aziende più piccole non riescono ad agganciarli» prosegue il leader veneto di Confindustria. «Non dimentichiamo, poi, il peso che il “terzismo” ha sviluppato nel nostro tessuto economico. Imprese anche eccellenti, ma che dipendono da altri. Gli ammortizzatori sociali hanno in parte sterilizzato, fin qui, il disagio, ma non può durare. Ecco perché sono in sintonia con quanto detto da Squinzi. Bisogna essere realisti, per troppo tempo il Paese si è sentito dire che le cose andavano bene e che i ristoranti erano pieni». Zuccato è anche convinto che al cospetto di un cambiamento epocale, «il Nordest si sia fatto trovare un po’ impreparato. Si è cavalcata l’onda senza troppo preoccuparsi del futuro. Ecco perché bisogna mettere in piedi un progetto Paese. Questo chiedono gli imprenditori. Sono sicuro che il Veneto è in grado di evitare il baratro, ma Roma e la politica devono capire che serve un’azione straordinaria. L’allarme di Squinzi ha questo obiettivo: Roma, che vive di pubblico e di turismo, non sa cosa sia la sofferenza di chi fa impresa».
Eppure c’è chi sostiene che oggi il Veneto sia costretto a pagare un conto molto salato anche per «aver vissuto per troppo tempo all’ombra della politica» evidenzia Bruno Oboe, storico sindacalista della Cisl veneta e a lungo impegnato nelle battaglie sindacali di casa Marzotto. «Si è corsi dietro a slogan e federalismo mancando di sviluppare un grande progetto di sviluppo e di società. Vent’anni di chiacchiere che non hanno prodotto nulla e che segnano la sconfitta di tutta la classe dirigente locale, politica, imprenditoriale e anche sindacale». La situazione, oggi, «è drammatica, ma il Paese non ha certo bisogno che il numero uno della principale organizzazione padronale italiana si metta a fare del terrorismo» aggiunge Oboe sulle parole di Giorgio Squinzi. Un rilievo, questo, che viene condiviso anche da Mario Carraro. «Una battuta così meritava un approfondimento diverso» spiega l’imprenditore padovano. «Va definita la misura del baratro e gli interventi necessari per evitarlo, con numeri e idee. Sull’orlo del baratro c’è l’Italia intera, non solo il Nord. L’ultimo numero dell’Economist rappresenta tutti i governanti dell’area Euro sul ciglio di un burrone e il titolo recita The sleepwalkers ovvero i sonnambuli. Questa è la dimensione della crisi che stiamo vivendo». Mai come in questo periodo, argomenta Carraro, «mi sono trovato pessimista sulla capacità di reagire del Paese. Non si fa altro che parlare in continuazione delle cose da fare, ma nessuno le fa. Letta mi fa tremare quando dice “non so se ce la faremo ma ci metteremo il massimo impegno”». Andando indietro di 50 anni, così come tratteggiato da Squinzi qualora non si rimetta il Nord in grado di essere competitivo, Carraro vede «una capacità di reazione diversa. Allora avevamo negli occhi la guerra, oggi le assemblee di Confindustria che sono sempre uguali e fini a sé stesse. Su questo, sull’incapacità di Confindustria di rinnovarsi sono feroce perché sono preoccupato. Chiediamo alla politica di cambiare passo e noi non siamo in grado di adeguare la nostra rappresentanza».
La classe imprenditoriale veneta, calca la mano Sbalchiero, «ha creduto di poter continuare a crescere portando le produzioni all’estero. Molti hanno seguito l’esempio di un’azienda veneta che a un certo punto si è spinta sul sentiero della diversificazione acquisendo spazio nella finanza e nella rendita. Quanti imprenditori, su questa traccia, hanno svilito le loro aziende per diventare immobiliaristi? E oggi parliamo di ritorno al manifatturiero». Davanti al baratro, conclude comunque Zuccato, «c’è speranza. La politica definisca un progetto Paese e noi faremo la nostra parte».
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