Il negozio dei “Guere” a Cencenighe da un secolo in prima linea

Un intreccio tra passato, presente e futuro. Questo è il negozio di prodotti tipici “Faè” in piazza a Cencenighe. La sua origine risale ai primi del Novecento, quando il centro storico di Cencenighe, conosciuto come via Villagrande, era il punto cardine commerciale del paese. Era proprio lì, in quel borgo che ancora oggi profuma di storia, che iniziarono a formarsi le prime attività commerciali, fulcro del tessuto economico di Cencenighe.
Nella genesi, il centro storico del paese, oltre a essere al riparo da eventuali piene del Biois o del Cordevole, ospitava tre esercizi commerciali. Qualcuno ha resistito egli anni, magari evolvendosi e portando avanti tradizioni familiari. D’altronde la famiglia Faè, sinteticamente denominata dei “Guere”, ha sempre avuto una particolare vocazione per il commercio. Non è da memo neanche Helene Faè, figlia del compianto Gianni, la quale sta portando avanti una tradizione che ha coinvolto svariate generazioni.

«In origine», dichiara la titolare del negozio, classe 1983, «il gestore dell’attività è stato il mio trisavolo, stiamo parlando degli inizi del 1900, anche se da alcuni riscontri storici possiamo addirittura addentrarci nel 1800. Il negozio ha resisto a parecchie vicissitudini, quali le due guerre mondiali e la grande alluvione che ha colpito Cencenighe nel 1966».
La sua famiglia, ha da sempre avuto un particolare dono per il commercio: «Mio bisnonno, Giovanni Faè, ha avuto in gestione oltre la macelleria, il negozio di alimentari e la trattoria Al Sole. Quest’ultima venne rilevata da mio nonno Giacomino».
L’apertura dell’attuale attività risale al 1958: «Mio padre Gianni rilevò il negozio negli anni Ottanta e la mia prima esperienza risale al 1995. Come si dice, ho sempre respirato l’aria della bottega».

Ha mai avuto altre aspirazioni nella vita, oltre a quella di seguire le orme di suo padre?
«Mi è sempre piaciuto il mio lavoro, anche se portarlo avanti è costato tanti sacrifici. La mia passione per questo tipo di attività risale al 2003, quando, dopo aver quasi svolto tutto il primo corso della laurea in economia, ho deciso di intraprendere questo percorso».
All’inizio di questo viaggio non sono state tutte rose e fiori però…
«Si è vero. Nel 2005, quando tutti dicevano di mollare l’attività, ho deciso di andare avanti e vincere questa sfida».
Torniamo ai giorni nostri, qual è il punto di forza e quale il punto debole del suo negozio?
«La mia particolarità è quella della commercializzazione di funghi freschi e conservati. Poi cerco di proporre alla mia clientela prodotti tipici delle Dolomiti».
Tipo?
«Le porte del mio negozio sono aperte ad ogni tipo di prodotto locale. Il problema è che adesso nella nostra provincia non c’è una produzione abbondante di determinati prodotti, quindi bisogna guardare altrove. Ad esempio, il mio negozio va forte commercializzando i prodotti dell’Alto Adige quali lo speck, e i formaggi locali».
Il nocciolo del discorso, è come sopravvivere in un mercato che è sempre più inglobato dai centri commerciali.
«Ha centrato il discorso. Il settore alimentare è sempre più saturo. Da qui nasce l’esigenza del prodotto di nicchia. Rispetto a una volta, in cui la gente badava più all’essenziale, i giovani cercano i prodotti particolari. I nostri piccoli negozi sono diventati un “surplus”, dove le persone completano i loro acquisti, ecco spiegato il motivo perché per sopravvivere bisogna costruirsi la propria nicchia commerciale. Il mio negozio è conosciuto per la commercializzazione di cesti per tutte le festività, con prodotti che non si trovano nei supermercati».
Leggendo le ultime analisi sul dato relativo al numero di abitanti, si nota un continuo calo. Cosa bisogna fare per invertire questo trend?
«Secondo me bisognerebbe investire di più nel turismo. Nella nostra vallata si pensa di più al proprio orticello che al bene comune. Posso dire, però, che nell’ultima disastrosa alluvione abbiamo assistito a un cambio di passo. I giovani si sono messi in gioco. Il semplice logo “Agordino, dove rinascono le Dolomiti”, va nella direzione di valorizzare il nostro territorio senza badare ai vari campanilismi. Sempre legato al tema dello spopolamento e del numero crescente di attività che decidono di smettere, bisogna rivalorizzare le produzioni locali, dando voce ai giovani che hanno idee innovative».
Ha qualcuno da ringraziare in maniera particolare?
«Ringrazio principalmente mio padre Gianni, è lui che mi ha dato questo spirito imprenditoriale. Vorrei infine rendere grazie ai clienti che mi stanno vicino ogni giorno». —
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