I rifugisti bellunesi preoccupati per il futuro. "Spazi condivisi, sicurezza a rischio"

CORTINA. L’Agrav, associazione che accoglie tra le proprie fila i rifugisti del Veneto, lancia un allarme in vista dell’approssimarsi della tanto agognata fase 2. Lo fa chiedendo formalmente e a gran voce un incontro all’assessore regionale al turismo Federico Caner con l’obiettivo di studiare insieme una strategia di ripresa delle attività d’alta quota.
«La vita di un rifugio di montagna è sinonimo di condivisione, tanto di spazi quanto di calore umano», sottolinea il presidente dell’Agrav Mario Fiorentini, gestore del rifugio Città di Fiume situato all’ombra del Pelmo sul territorio di Borca, «siamo tutti d’accordo, sin da ora, che questo elemento rappresenti l’antitesi di quelle che invece saranno le misure da adottare in materia di sicurezza sanitaria a partire dal distanziamento sociale. Con questi presupposti per noi diventa difficile guardare al futuro con rinnovato ottimismo, ma è bene chiarire sin da ora un altro punto: un rifugio di montagna non rappresenta solo un’attività ricettiva ma è soprattutto una sentinella, punto di riferimento per escursionisti ed alpinisti. Restare chiusi come conseguenza del coronavirus significherebbe privare la montagna di una presenza costante in materia di controllo. Alla luce di ciò, abbiamo richiesto un incontro all’assessore Caner al fine di trovare, insieme, il giusto punto d’incontro».
La disamina di Mario Fiorentini è ricca di spunti di riflessione: «Parlare di rilancio dell’attività turistica in montagna per l’estate alle porte, privandola al tempo stesso del prezioso lavoro dei rifugi è un controsenso. I rifugi chiusi, oltre a offrire un brutto biglietto da visita, rappresentano inevitabilmente un deterrente alle presenze in montagna. Siamo tutti d’accordo sul fatto che oggi, dovendo tenere il coronavirus a debita distanza, le attività di un rifugio si presentano a forte rischio».
Ci sono poi diverse tipologie di rifugio «e anche su queste differenze, in alcuni casi particolarmente marcate, bisognerà fare delle riflessioni. Perché ci sono rifugi situati in posizione impervia, che mettono a disposizione una camerata unica per dormire, e altri, raggiungibili magari in macchina, che dispongono di camere da letto con bagno privato come gli hotel. Questo potrebbe spingere a effettuare valutazioni diverse all’interno della nostra stessa associazione, ma bisogna capire che si riuscirà a trovare la giusta soluzione solo muovendoci in maniera compatta».
L’Agrav, che accoglie sotto la propria bandiera una quarantina di strutture che vanno dal monte Baldo, nel Veronese, al Comelico, avanza una prima proposta: «Noi saremo i primi a essere contenti di poter tornare a fare il nostro lavoro, che è principalmente una vocazione, qualora dovessimo riscontrare le condizioni necessarie, anche minime, per farlo. Ma se il nostro compito dovesse limitarsi al solo restare aperti per garantire una presenza ad alta quota a escursionisti e alpinisti in difficoltà, a quel punto avremo bisogno del sostegno, soprattutto economico, da parte delle istituzioni». —
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