Gnocchi con la ricotta, una storia lunga 50 anni

La sagra di Sant’Antonio a Rivamonte celebra i pionieri del piatto diventato ora un simbolo. Nel 1976 venne proposta per la prima volta la pietanza per accompagnare la festa religiosa

Gianni Santomaso
La produzioni di gnocchi in una foto dell'epoca
La produzioni di gnocchi in una foto dell'epoca

«Cuocevamo le patate - quelle olandesi “vecchie” - che dovevano essere morbide, senza grumi, le schiacciavamo e aggiungevamo la farina e il sale. Facevamo un uovo, non di più, per un chilo di farina. Poi ci si regolava in base a quanta farina chiedevano le patate: se erano asciutte ne chiamavano meno, altrimenti un po’ di più».

Quella che detta Anna è la ricetta per fare gli gnocchi di patate. Niente di originale, niente di diverso da quello che si può leggere in vari libri di cucina.

Era d’altronde quella che la Anna, la Arturina, la Beppa, la Rita, la Maria “Pèli”, la Maria “del Titolét”, la Anna “Maestra” avevano imparato dalle loro mamme e dalle loro nonne.

A Rivamonte, da cinquant’anni esatti, “i gnòch co la poìna” (con la ricotta affumicata) sono diventati il simbolo della festa della comunità, della festa di Sant’Antonio. Il 13 giugno. Quel Sant’Antonio che è da Padova, certo, ma che i rivamontesi hanno fatto proprio non temendo confronti. E che da ieri sera festeggiano con la nuova edizione della sagra paesana, che domani vedrà premiare i pionieri di 50 anni fa.

«Lo disse chiaro Agostino quella mattina a zia Livia di Radio Valbelluna», ricorda Rosy, «che è importante Sant’Antonio da Padova, ma che neanche quello da Rivamonte è un coión». Non lo era e non lo è per nessuno di quanti – tantissimi, come dimostra un storica foto del 1893 – venivano e vengono a Rivamonte in occasione della ricorrenza del “santo dei miracoli” per una preghiera e per prendersi i “cordói” benedetti.

«Nell’ufficio in cui lavoravo», dice Tiziana, «erano tutti comunisti e sindacalizzati, ma guai se non portavo loro i “cordói de Sant’Antoni”».

In molti, provenendo da altri paesi, chiedevano ospitalità. «Mia mamma Arturina», conferma Renata, «accoglieva gente a dormire». «E la mia», le fa eco Tiziana, «faceva uguale».

Fino al 1975 la sagra di Sant’Antonio nella zona della chiesa era stata solo religiosa: le molteplici messe, la processione con la statua del santo opera del Besarel, il canto dei vespri. Di laico solo il mercato. Le giostre erano a Rosson, nella parte interna del paese: quella a catene dell’Arturo, il tiro a segno dei Rossi. L’attesa dei bambini e dei ragazzi era spasmodica; i ricordi, oggi, ancora nitidi.

«Il primo giro era sempre gratis», dice Rosy all’epoca dodicenne. «Ma ti ricordi?», la guarda Daniela che al tempo, con Renata, aveva sedici anni, «che facevamo da balie alle figlie dei giostrai?». «Eh», ribatte Tiziana che ne aveva due di meno e si portava dietro la sorella Renata di dieci, «con la signora Rossi, quella dal “cocón” sulla testa, eravamo come parenti».

Agostino, invece, aveva trent’anni e, come ha poi fatto nel corso della sua vita nel volontariato, provava a guardare un po’ più in là. «Il giorno di Sant’Antonio», dice, «ero là sulla balaustra degli autoscontri e mi dicevo: “Bisogna pensare a qualcosa”». Gli venne in aiuto la sagra di San Tomaso, la prima domenica di settembre dello stesso anno. «C’era un chiosco e davano fuori lo smòrm», ricorda, «ma pure qualche piatto di gnocchi, anche se non con molto successo».

Fatta. Agostino lascia decantare l’idea per tutto l’autunno, tutto l’inverno e parte della primavera. Poi la tira fuori e la condivide. «Avevamo indetto un consiglio della Pro loco nata qualche anno prima per iniziativa di Silvano Sommariva», racconta, «e io, che nel frattempo ne ero diventato presidente, proposi di fare “i gnòch co la poìna” a Sant’Antonio. La risposta fu un po’ freddina. D’altronde erano tempi in cui dappertutto alle sagre si faceva polenta e luganega e basta. Ma insomma riuscii a convincerli». Così nel giugno del 1976 anche Rivamonte scrisse il suo nome nella millenaria storia dello Street Food.

Negli anni d’oro del tendone della sagra che ricopriva buona parte del campo sportivo, i piatti di gnocchi che venivano serviti e consumati ai tavoli nei tre-quattro giorni di festa furono circa 2.800. Nel ‘76 molti molti meno. «Io me la ricordo la gente che li mangiava seduta sul muretto dove oggi c’è la fontana», testimonia la Anna “Maestra”. Il luogo di produzione e distribuzione era infatti la vecchia canonica.

«Da qualche anno», spiega Agostino, «i locali erano rimasti liberi perché il parroco si era trasferito nella nuova Casa della gioventù. Quando seppe dell’idea, perciò, don Luigi ci disse che potevamo andare là».

La documentazione fotografica scarseggia. Le immagini mentali, però, sono molto definite. «Ma vi ricordate?», chiede Rosy alle amiche di sempre, «si entrava lì dove c’era quella porta». «E c’era quella sala dove ci trovavamo a guardare la televisione», parla Daniela. «Una stanza piccola piccola», precisa la Anna “Maestra”. «E c’era quel corridoio in cui non ci si passava neanche e dove ci si urtava a vicenda di continuo: c’è una foto in cui si vede tutto ciò», confermano Tiziana e sua sorella Renata. Ecco, qui, è dove Agostino aveva portato il suo trefuochi e dove le patate, comprate da Franceschini con bottega ad Agordo dove oggi c’è la Cgil, venivano cotte.

«Mia mamma si portava la sua pentola a pressione», dice Renata. «E si portavano pure le panère (spianatoie)», aggiunge Rosy. «Qualcuna», puntualizza Agostino, «ce la facemmo fare anche dal Celeste, il falegname del paese». Qui è dove la ricetta citata da Anna prende forma. Le donne, come le due Anne, Rita, Beppa, le due Marie, impastavano («Mia mamma Beppa», ricorda Agostino, «infilava il dito nella pasta e diceva sì o no»), le ragazze più grandi come Daniela e Renata tagliavano le righe in gnocchi e quelle più piccole come Tiziana, Rosy e Renata li distribuivano. «Li servivamo dalle due finestre che davano su un piccolo prato e avevamo un frigorifero costituito da un mastello d’acqua in cui tenevamo le birre e le bibite».

 

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