Entro dieci anni un quarto dei veneti sarà senza un medico

Nel prossimo decennio andranno via 1.572 dottori di base, previsto anche il pensionamento del 40% degli ospedalieri

BELLUNO. Certo non rischiano l’estinzione, ma il loro numero è destinato a cadere a picco. E, da qui a un decennio, trovare un medico - ospedaliero o di base - sarà impresa quanto mai difficile per un cittadino. I disagi dei bellunesi, rimasti senza camici bianchi in corsia e dei rodigini, che li hanno ingaggiati tramite coop, riguarderanno presto tutto il territorio. Tanto che la Regione ha lanciato l’Sos al ministero della Sanità chiedendo un minimo di 110 nuovi medici, 100 infermieri e 70 tecnici; oggi gli ospedalieri sono 8.500, quelli di base (pediatri compresi) 5 mila.

I numeri. A parlare chiaro sull’emergenza sono i dati. Quelli della Fimmg, la Federazione dei medici di base che in uno studio presentato qualche settimana fa, ha dimostrato come nel 2027 ci saranno 1.572 dottori in meno e 1 milione 250 mila veneti resterà senza. E quelli dell’Anaao, l’associazione dei medici dirigenti secondo cui, entro il 2023, sarà andato in pensione il 40-45% dell’attuale dotazione delle strutture ospedaliere. Lo confermano, infine, i dati regionali: da circa due mesi è operativa in Veneto una commissione tecnica proprio per studiare il fabbisogno di personale.

Il lavoro è appena iniziato, ma emerge già una cifra significativa: servirebbero almeno cento medici per le esigenze dei Pronto Soccorso. La prima linea delle cure, insomma, è in grave sofferenza.

Le cause. Ma come si è arrivati a questo punto per di più in una terra che vanta una delle più antiche e prestigiose Scuole di Medicina d’Italia? Le cause sono molteplici, snocciolano gli addetti ai lavori. Il turn over bloccato per anni, i tagli ai fondi sanitari, il numero chiuso alla facoltà di Medicina e (ancora di più) alle Scuole di specializzazione, le nuove normative europee che impongono ai medici di non sforare le 11 ore di lavoro, pena sanzioni alle aziende sanitarie: tutto questo ha contribuito alla sofferenza di camici bianchi nonché al loro invecchiamento (metà di loro ha più di 55 anni, secondo uno studio della Cgil).

Numero chiuso. L’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto chiama in causa il numero chiuso. E denuncia un paradosso: «Ogni anno in Italia laureiamo 10 mila medici (2.900 a Padova formati nel corso dei 6 anni, ndr), ma solo 6 mila riescono ad entrare nelle Scuole di specialità col risultato che 4 mila restano disoccupati di lusso. Il tutto mentre in corsia e negli ambulatori c’è penuria di personale. La situazione è gravissima. Come uscirne? Il governo dovrebbe consentire la formazione specialistica direttamente in reparto, non solo nelle Scuole. Da parte nostra, per far fronte al fabbisogno, abbiamo istituito 90 borse di studio con altrettanti medici che vincoliamo a rimanere in Veneto per 3 anni. Ma c’è anche un problema di risorse: abbiamo chiesto aiuto a Roma. La risposta? Ancora nessuna».

Modello sanitario. Il segretario regionale di Anaao Assomed Adriano Benazzato sottolinea la necessità di rivedere l’organizzazione: «C’è una realtà obsoleta per il pubblico, fatta di piccoli ospedali, con una conseguente dispersione di sedi. In Veneto l’eccedenza è di 8-10 strutture. La medicina moderna non si fa nelle piccole strutture: servono meno ospedali, di dimensioni più grandi e dotati delle tecnologie più avanzate. Poi, sul territorio, sono necessarie strutture ambulatoriali con medici di base e con la specialistica. E serve una ottima rete di 118. Poi certo, va aumentato il numero di specialisti e per questo occorre un accordo tra ministero e Università. Il trend andava capito per tempo: ora il danno è stato fatto. Nei prossimi 5 anni, la situazione in certe zone sarà difficilissima».

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