De Carlo contrario alla diga del Vanoi: «Manca sicurezza, no a un altro Vajont»
Il senatore di Fratelli d’Italia invita il nuovo consiglio del Consorzio di bacino Brenta ad accantonare una volta per tutte il progetto dell’invaso

La diga del Vanoi da 20 milioni di metri cubi d’acqua e circa 200 milioni di euro di investimento? Luca De Carlo, senatore di Fdi e presidente della Commissione Agricoltura e Industria di Palazzo Madama, non ha dubbi. «Bisogna trovare della alternative». È l’ipoteca politica di cui dovrà tener conto anche la trattativa in corso per trovare una maggioranza all’interno del Consorzio di Bonifica Brenta.
Presidente, lo spettro delle diga del Vanoi si è ripresentato in questi giorni, a margine dell’elezione dell’assemblea consortile del Brenta. Lei resta coerente col pensiero espresso ancora un anno fa?
«Non occorre nemmeno chiederlo. Ma si deve partire da un presupposto chiaro: parlare di dighe in provincia di Belluno non è come parlarne altrove, il Vajont con il suo carico di morti e sofferenza è ancora una ferita aperta. Qualsiasi discussione sulla costruzione di una diga in qualunque zona è delicata, in provincia di Belluno lo è ancora di più. Soprattutto in questo caso, dove l’idea è difficile da sostenere viste le tante perplessità sollevate dai tecnici in materia di sicurezza idraulica e di fragilità del territorio. È evidente che questa serie di problematiche sulla fattibilità di un’opera di questo tipo devono costringere tutti a una riflessione sulla sua opportunità e realizzabilità».
Il Consorzio può trovare altre alternative?
«Assolutamente sì, anzi: non solo credo, ma sono convinto che debbano essere trovate delle alternative. È un percorso che deve partire dall’analisi dei dati e della situazione attuale: in Veneto raccogliamo il 4% dell’acqua piovana, la media nazionale è dell’11%, quella europea è del 25%. È evidente che c’è un oggettivo problema nel trattenimento delle acque: per migliorare su questo fronte, dobbiamo lavorare alla costruzione e alla diffusione capillare di bacini di raccolta, con una rete ramificata realizzata a ridosso di quei luoghi dove l’acqua viene utilizzata e, allo stesso tempo, in contesti sicuri e senza rischi di fragilità ambientale e idrogeologica. Dobbiamo superare la sindrome Nimby, di quelli che vogliono che le opere vengano fatte ma non vicino a casa loro: la risorsa acqua e il suolo agricolo sono priorità e valori per l’agricoltura. Per questo, sono convinto che il consorzio debba studiare alternative per migliorare l’efficienza dei sistemi di irrigazione e per razionalizzare l’uso delle risorse e ridurre così eventuali sprechi; serve trovare forme innovative che consentano di affrontare le sfide del futuro con una nuova cassetta degli attrezzi che vada oltre la “vecchia” soluzione degli accumuli in montagna: il bilancio idrico è in sofferenza, certo, ma a farsene carico non possono essere sempre e solo le comunità a monte».
Ma il Governo Meloni…
Su questi fronti, il Governo Meloni ha lavorato e continua a lavorare: ha istituito una cabina di regia sull’acqua, a breve uscirà un decreto che metterà a disposizione quasi un miliardo di euro per interventi mirati su questo fronte, si è impegnato anche sul fronte agricolo con – ad esempio – la sperimentazione in campo delle TEA che ci potrà portare ad avere piante che consumano meno acqua, abbiamo consentito ai soggetti privati la costruzione di bacini idrici all’interno dei propri terreni. La politica ha fatto molto, ora ci aspettiamo altrettanta coerenza nell’intervenire con proposte e progetti innovativi».
Il progetto della diga deve compiere il suo iter ma dopo che succederà? I ministeri potrebbero dire di andare avanti dopo che si è speso 1,5 milioni per il progetto?
«Ribadisco: sono convinto che questo progetto non sia fattibile e credo quindi che vadano individuate e percorse altre strade. La precedente amministrazione del consorzio ha dato il via a questo percorso per valutare la fattibilità della costruzione della nuova diga; i tecnici hanno evidenziato le diverse perplessità sulla realizzazione dell’opera, senza dimenticare le osservazioni, le rivendicazioni e le posizioni chiare sostenute dalle comunità locali. Non lo vedo quindi un progetto fattibile sotto molti punti di vista e per diverse motivazioni: mi auguro quindi che il prossimo, nuovo consiglio d’amministrazione del consorzio abbandoni definitivamente l’idea di quest’opera e si concentri con lungimiranza sull’innovazione e – ad esempio – sul recupero e pulizia dei bacini esistenti, operazioni che permetterebbero di recuperare milioni di metri cubi di capacità idrica».
Come non bastasse il problema della diga, c’è anche quello della discarica di Ronco, sulla riva del Vanoi. Anche questa è una forte preoccupazione delle comunità del Vanoi. E del Cismon.
«Parliamo di un’opera che ricade in territorio trentino, al contrario dell’ipotizzata diga del Vanoi, ma che può avere effetti anche sul territorio bellunese e veneto. È quindi indispensabile ricordare come ogni opera, dalle grandi alle più piccole, vada monitorata affinché non ci siano problemi di alcun tipo, nel pieno rispetto dell’ambiente, delle sensibilità delle comunità e – naturalmente – delle normative vigenti. Mi auguro che chi è deputato a questi controlli abbia fatto e continui a fare le corrette e necessarie valutazioni nell’interesse vero dei territori».
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