Crisi di Ceramica Dolomite: Del Vecchio si sfila?

Sindacati molto preoccupati per il futuro della fabbrica: vertice al ministero

Paola Dall'Anese

Piano industriale deficitario e preoccupazione per la partita ereditaria della famiglia Del Vecchio.

Restano ancora piuttosto dense le nubi sul futuro della Ceramica Dolomite di Borgo Valbelluna tanto che oggi i sindacati di categoria sia provinciali che nazionali si troveranno al tavolo di crisi del Ministero delle imprese e del made in Italy a Roma insieme ai vertici dell’azienda principalmente per un monitoraggio dell’andamento del piano industriale di risanamento e di rilancio, ma anche per avere assicurazioni dalla proprietà (Claudio Del Vecchio e Luigi Rossi Luciani) sulla continuità del suo impegno e sull’assenza di “interferenze” della partita ereditaria della famiglia del cavalier Del Vecchio. «Non possiamo nascondere una certa preoccupazione», evidenzia Giampiero Marra, segretario della Filctem Cgil di Belluno, «per un piano industriale deficitario nella sua applicazione. Sapevamo che sarebbe stato complicato e complesso il rilancio della fabbrica, ma vorremo capire anche se i due dei quattro soci rimasti ribadiranno la volontà di continuare in questa impresa e soprattutto come intendano farlo».

Ed è proprio il “come” che lascia col fiato sospeso i sindacati che oggi cercheranno di andare a fondo della questione. L’ultimo incontro al Ministero risale ad un anno fa e quello attuale è stato richiesto dai sindacati nazionali, anche sulla scorta di quanto sta avvenendo in casa Del Vecchio relativamente alla cosiddetta “cassaforte” di famiglia cioè Delfin.

Su Delfin, infatti, si stanno concentrando le attenzioni del figlio Leonardo junior che nei giorni scorsi ha aperto un faro anche sulla gestione della Ceramica Dolomite bellunese.

Ricordiamo che l’operazione Ceramica Dolomite è stata avviata nel 2022 con l’entrata in scena di quattro imprenditori veneti che hanno messo il loro capitale, tra cui Delfin, per volontà di Leonardo Del Vecchio. All’inizio l’operazione valeva 15 milioni di euro di cui 8 provenienti dai soci privati (due milioni a testa) e 7 dal Invitalia. Su questa operazione, vuoi anche per il nome del cavaliere che creò Luxottica tra i soci, si è riversata la speranza di un intero territorio. Che non sarebbe stato facile era evidente, ma poi la messa in fila di alcuni elementi contingenti, come lo scoppio della guerra in Ucraina tra i primi, ha portato ad addensare nuvoloni scuri sul futuro della fabbrica. L’aumento importante dell’energia, infatti, per una industria energivora ha causato non pochi problemi a cominciare dall’aumento delle spese. A questo poi si è aggiunta una crisi del settore e, come hanno evidenziato i sindacati «qualche errore di gestione».

Da qui la chiusura del bilancio 2025 con 17 milioni di ricavi, di poco sopra i 16,94 milioni del 2024, e un margine operativo lordo negativo per quasi 18 milioni di euro e una perdita netta di 20 milioni. Alla fine in quattro anni, la società ha avuto perdite per 49,5 milioni di euro. Questa situazione ha spinto quindi i soci a ricapitalizzare, introducendo nuova liquidità per complessivi 37,5 milioni di euro.

Ed è proprio su queste operazioni che Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe puntato l’attenzione lamentando le scarse informazioni sulle risorse introdotte successivamente per mandare avanti l’attività. Ed è per questo che avrebbe scritto ai revisori mettendo sotto esame «le risorse impegnate nel rilancio, le successive richieste di capitale e il processo con cui all’interno dei Delfin sono state assunte e autorizzate queste decisioni», come si legge su Start Magazine e altra stampa economica.

A questo punto le vicende legate alla famiglia Del Vecchio non fanno altro che impensierire ancora di più i sindacati e a rendere ancora più incerto un rilancio che appare ancora parecchio in bilico. «Sicuramente la situazione familiare di uno dei soci della società non è certo il problema di questa impresa, ma è una criticità a latere. Cosa produrrà?», si domanda Marra, «speriamo il minor danno possibile. Ad oggi non vediamo, per quanto ci riguarda, elementi che ci possano far dire che il piano industriale sta andando a buon fine. I numeri però ce li ha l’azienda e speriamo che domani (oggi per chi legge, ndr) voglia darceli e siano giusti. Noi vogliamo migliorare le condizioni della Ceramica Dolomite perché possa continuare ad esistere per il bene del territorio bellunese, ma soprattutto per le oltre 320 famiglie che vivono su questa azienda», evidenzia il sindacalista che concludendo sottolinea come «finora gli unici ad aver fatto i compiti a casa siamo stati noi sindacati, che vogliamo capire se i soci investono, che spingono per la continuità aziendale. Ma a quanto pare qualche altro i compiti o non li ha fatti o non è stato capace di farli. Per quanto riguarda poi le situazioni legate a Delfin l’unica cosa che posso dire è che non abbiamo bisogno di altri problemi interni da aggiungere ai tanti che già ci sono».

 

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