Addio a Faneo, uomo di rugby e fondatore di Antico Cadore

Era conosciuto come imprenditore di indiscusse capacità nel settore legno Nella palla ovale fu giocatore, arbitro e presidente del Belluno in serie A

belluno. È stato il presidente degli anni d’oro del Rugby Belluno. Gli anni della Serie A. Roberto Faneo è un nome che gli appassionati della palla ovale portano nel cuore da tempo. Ex giocatore, arbitro e presidente del Rugby Belluno, aveva fondato Antico Cadore, azienda che si è occupata per anni della lavorazione del legno e della produzione di pavimenti con tecnica artigianale. Faneo è morto nella notte fra sabato e ieri, per le complicanze di un virus polmonare che lo aveva portato in ospedale alcune settimane fa. Sessantacinque anni, pensionato, viveva con la moglie e lascia la madre e un figlio, che ne ricorda impegno e passione, nel mondo dello sport e del lavoro.

Faneo è stato uno dei 27 appassionati che ha rimesso in piedi il Rugby Belluno, dopo sette anni di assenza dai campionati: era la stagione sportiva 1970-1971, insieme a lui c’erano Adriano Bee, Celeste e Gianfranco Bortoluzzi, capitan Gianfranco Da Rif, "Checco" Fiabane, Piergiorgio Giacon, Gianni Gianneselli, Ezio Veronese.

Dopo il primo anno di attività, la squadra raggiunse la serie C. Un giovanissimo Roberto Faneo, pilone di mischia, viene così ricordato negli annali dei "Ruggers": «Si è imposto come titolare, dopo un lungo tirocinio quale vivandiere da trasferta; è gradito alle seconde linee per la morbida base d'appoggio che offre alla spinta. Vero gentleman è noto per l'episodio in cui cercava, con appropriati ragionamenti, di convincere un avversario a desistere dal picchiarlo: da allora ha perso un po' di fiducia nella forza del ragionamento».

Col Rugby Belluno del presidente Paolo Roldo ha affrontato le stagioni dal 1971 al 1977 quando, allenato da Gustavo Dalla Ca', ha lasciato la palla giocata per gli impegni lavorativi. Ma la passione ovale lo chiamava, e nel 1999 Faneo è diventato presidente dell’Antico Cador Rugby Belluno, che allora giocava in A2. Così lo ricorda la “sua” società. Perché «un rugbista non muore, al massimo passa la palla». —

Alessia Forzin



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