Sacchi: «Non mi divertivo più: allora me ne sono andato»

Consegnato all’ex ct il premio internazionale “Giovanni Paolo I”. Ripercorsi in un’ora 42 anni di vita nel calcio di un uomo che ha segnato un’era
gian paolo perona-perona- santagiustina- a col cumano frate Alessandro e Arrigo Sacchi
gian paolo perona-perona- santagiustina- a col cumano frate Alessandro e Arrigo Sacchi

SANTA GIUSTINA. E' stato premiato ieri sera, al centro di spiritualità “Papa Luciani”, Arrigo Sacchi, uno dei migliori allenatori della storia del calcio. Al “profeta di Fusignano” è stato consegnato il premio internazionale “Giovanni Paolo I” sezione sport. Quella condotta dal giornalista Michelangelo De Donà è stata un'intervista che ha permesso all'ex commissario tecnico della Nazionale di raccontarsi, presentando anche il libro della sua storia: “Calcio totale”. Un'ora abbondante durante la quale Sacchi ha saputo catturare l'attenzione, ma anche divertire, il numeroso pubblico.

Quella dell'ex allenatore del Milan è una carriera che parte da lontano, e più precisamente dal suo Comune di nascita, Fusignano: «Le persone che hanno segnato il mio destino sono state i miei genitori, i miei parenti. Moltissimo però lo devo ad Alfredo Belletti. Era il bibliotecario del mio paese e mi “abbeveravo” giornalmente da lui. Sono state queste persone che hanno segnato la mia passione per il calcio. Mi hanno soprattutto insegnato che, nella vita, le cose vanno fatte non necessariamente bene, ma senza ombra di dubbio al massimo delle proprie potenzialità».

Sacchi ritorna spesso su un concetto che sembra ormai messo da parte dagli allenatori e dalle società: «Il calcio, ricordiamocelo sempre, è uno sport di squadra, non di individualisti. Oggi si punta sul singolo per risolvere i problemi di una squadra, ma io invece sono sempre stato per il calcio nella sua globalità, non nella sulla specificità».

Il “profeta del calcio totale” si riferisce soprattutto ai più giovani quando dice che nel calcio, così come nella vita, il lavoro paga sempre: «Io credo nel lavoro. Per me, prima di tutto, c'è sempre stata la professionalità delle persone con cui avevo a che fare, non le qualità tecniche. Sono sempre stato convinto che nel calcio, il lavoro, le idee e la cultura sono quello che servono per avere grandi risultati. Ricordiamoci che soldi e successo non devono essere l'obbiettivo del calcio». Sempre riferendosi soprattutto ai giovani, Sacchi si sofferma sulle vere qualità di un giocatore di calcio: «Disponibilità, intelligenza, sensibilità, motivazione, entusiasmo, altruismo. Queste sono le caratteristiche dei calciatori che formano una squadra. Ho sempre allenato la squadra per allenare anche il singolo, ed è per questo che per me il talento è una qualità che viene dopo».

Qualche mese fa Sacchi venne definito razzista per delle sue considerazioni sui troppi stranieri nel nostro calcio; ecco la sua risposta: «Basta guardare la storia dei miei 42 anni nel mondo del calcio per capire che non posso essere razzista. Sono stato fra i primi a volere e poi a far giocare giocatori di colore. Il mio era più che altro un grido d'allarme. C'è poco orgoglio italiano e siamo un Paese statico, dove i giovani vengono penalizzati e poco valorizzati».

Il “profeta di Fusignano” si sofferma poi su tutti gli scandali del mondo del calcio: «Nel calcio bisogna vincere con rispetto e perdere con dignità. Purtroppo però stiamo perdendo questa cultura e la storia moderna lo dimostra tutti i giorni». Nelle battute finali Sacchi rivela che ha abbandonato il ruolo di allenatore quando non provava più gioia: «Io mi divertivo, mi realizzavo ad insegnare calcio. Nel momento in cui lo stress ha avuto il sopravvento su tutto e non provavo più gioia, ho preferito farmi da parte».

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