Alex Turrin dice basta e attacca la bici al chiodo: «Non aveva senso tornare tra i Continental»

FELTRE
«La storia è finita». Va subito all’essenziale, Alex Turrin. Il passista scalatore di Feltre, brillante protagonista in maglia Wilier Triestina all’ultimo Giro d’Italia, dal primo gennaio 2019 non sarà più un ciclista professionista. A 26 anni, dopo oltre quindici passati a pedalare, gli ultimi due da prof, Alex scende di sella. Lo fa dopo aver percorso quasi 300 mila chilometri (30 mila, per 84 giorni di gara, nel solo 2018), aver vestito qualche maglia azzurra da Junior, aver vinto qualche bella corsa da Under 23 ed Elite, e aver pedalato fianco a fianco dei big mondiali nelle ultime due stagioni.
«Non c’erano più le condizioni per continuare e così ho preferito dire basta e pensare concretamente al futuro», spiega il ragazzo che ha mosso le prime pedalate nell’Uc Foen. «Ho preso la decisione a fine novembre, dopo aver valutato bene come non ci fossero le condizioni né per rimanere alla Wilier né per trovare un’altra sistemazione in una Professional (la seconda fascia del ciclismo mondiale dopo la World Tour e prima della Continental ndr). In questo momento dell’anno, a meno che uno non si chiami Peter Sagan, accasarsi è una missione impossibile, o quasi. Forse avrei potuto trovare posto in una Continental, ma fare un passo indietro, per tornare a fare un’attività più dilettantistica che professionistica, non mi andava. Le Continental possono andare bene per un ragazzo di vent’anni, perché gli consentono di fare esperienza all’estero, ma non per un’atleta di 26 anni. No, decisamente meglio fermarsi, reinventarsi ed entrare il prima possibile nel mondo del lavoro».
Rimpianti?
«No. Come atleta ho fatto tutto quello che dovevo fare, ho fatto il professionista al cento per cento. E credo di aver dimostrato che quando stavo bene potevo dire la mia nel gruppo. Ora, visto come tutto si è concluso, dico che mi sarei mosso diversamente la scorsa estate nel cercare un contratto. Ma lo dico ora, quindi conta nulla. Sono sereno, tranquillo. Mi dispiace smettere a 26 anni, certo, ma la vita non sempre ti sorride e bisogna guardare avanti, non indietro».
Qual è stato il momento top della carriera?
«Il momento più alto lo ho raggiunto la scorsa primavera, tra il Tour of the Alps e il Giro dell’Appennino, passando per il Giro d’Italia. Ecco, il Giro, il mio primo e unico, è stato la parte di carriera che mi ha dato le emozioni maggiori. E credo di non aver sfigurato».
Il momento più brutto?
«La doppia rottura del femore, la prima volta nel 2013, la seconda nel 2014. È stato durissimo risalire in bici».
Che cosa ti rimarrà dei tanti anni passati in sella?
«Tantissimi timbri sul passaporto! Battute a parte, la bicicletta mi ha permesso di girare il mondo, vedere culture diverse, conoscere tante persone e aprirmi la mente. Spero che questo mi serva per costruirmi il futuro».
Continuerai a pedalare?
«Sì, un atleta rimane atleta. Mi piacerebbe anche rimanere nel mondo del ciclismo, anche se non so ancora con quali modalità»
Il prossimo anno Feltre ospiterà una delle tappe più belle del Giro d’Italia.
«Peccato davvero non esserci. La Feltre – Monte Avena sarà spettacolare». –
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








