Said Boudalia, una vita tutta di corsa

VAS. 2h20’51”. È il riscontro cronometrico fatto registrare alla Venice marathon da Said Boudalia. Ancora una volta l’atleta marocchino, arrivato in Italia nel 1996 e bellunese d’adozione, è stato autore di una grande prestazione.
Un motore come pochi, Said. Capace di vincere in maratona con tempi di tutto rispetto e capace di vincere la mezza su livelli ottimi. In grado di correre per più di 19 chilometri alla 24 ore di San Martino su pista e di dare spettacolo in gare su terreno misto come la Cortina Dobbiaco. In grado, anche, di battere il Kenia in strada: come nel 2007 quando trionfò a Feltre facendo proprio il Giro delle Mura proprio davanti agli uomini degli altipiani.
«Quella è stata una delle più grandi soddisfazioni della mia carriera» spiega Said. «Ma una bella soddisfazione è stata anche quella di domenica in Riva degli Schiavoni: correre in 2h20’ senza avere le gambe devastate, a 47 anni compiuti (lo scorso 4 luglio, ndr) non è davvero male».
Un bel rapporto, il tuo, con i 42,195 chilometri.
«Sì, mi sono tolto soddisfazioni niente male: ad esempio il 2h17’14” che costituisce il mio personale, stabilito a Treviso nel 2008, quando arrivai sesto. Altre due volte sono riuscito ad andare sotto le 2h18’: a Treviso, nel 2005, quando corsi in 2h17’51”, e a Firenze, nel 2007, quando fermai le lancette del cronometro sul tempo di 2h17’53”. Ci sono poi il 2h18’29” e il 2h18’44, rispettivamente di Venezia 2008 e Venezia 2010, e il 2h18’31” di Boston 2011».
Già, Boston. Una maratona alla quale tieni particolarmente.
«Sì. La maratona statunitense ha un fascino speciale per me. E potrebbe essere uno degli obiettivi del 2016».
Come prepari una maratona?
«Di fatto non la preparo in maniera specifica. Posso fare la lunga distanza solamente nel fine settimana perché lavorando lontano da casa (in un’azienda che si occupa di impianti elettrici, a Scomigo, Conegliano, ndr) non ho tantissimo tempo. Con questo non voglio dire che non faccio chilometri: mediamente dagli 80 ai 120 a settimana».
Perché corri?
«Ho iniziato da ragazzino in Marocco, vedendo quelli più grandi di me correre. La curiosità si è trasformata in passione. Ora corro perché correre mi rigenera dopo una giornata di lavoro. Perché mi fa stare bene, in pace con il mio corpo. E mi fa imparare continuamente: ogni risultato negativo è l’occasione per riflettere, per esaminare che cosa non ha funzionato, per ripartire».
Rimpianti relativamente alla tua carriera?
«Ogni tanto penso a che traguardi avrei potuto raggiungere se avessi la possibilità di fare il professionista. Ma della mia carriera sono soddisfatto. Una soddisfazione che devo e voglio dividere con la mia famiglia: mia moglie Martina e mio figlio Hisham».
Fino a quando correrai?
«Finché il fisico reggerà».
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