Smart working per i suoi farmaci: la battaglia del lavoratore di Feltre

Dipendente comunale invalido assume una terapia che sconsiglia la guida ma non gli permettono di lavorare da casa

Gigi Sosso
Il municipio di Feltre
Il municipio di Feltre

 

Smart working totale negato al dipendente pubblico disabile che prende farmaci oppiacei. L’uomo si rivolge al sindacato Cgil e all’avvocato di fiducia Ferruccio Rovelli e uno spiraglio si apre: c’è la possibilità che non sia costretto a salire in macchina, per farsi 60 chilometri al giorno, il necessario per timbrare il cartellino. Dovesse chiudersi, non rimarrebbe che il ricorso al giudice del lavoro e la battaglia, prima umana e poi professionale, riprenderebbe a colpi di carte bollate. Delle due l’una.

Il dipendente del Comune di Feltre ha avuto un gravissimo incidente, che l’ha reso invalido ed è costretto ad assumere una terapia antidolorifica a base di farmaci oppiacei. Già sul bugiardino c’è scritto in grassetto che non sarebbe opportuno mettersi al volante di autoveicoli, ma c’è il quotidiano rischio concreto di avere o provocare problemi agli altri automobilisti. O di finire in tribunale, per guida sotto l’effetto di sostanze psicotrope, in caso di controllo da parte di carabinieri o polizia. Il quadro clinico è evidente e documentato, conseguente la richiesta di poter lavorare da casa. Domanda respinta: «Se il viaggio di andata impegna le prime energie della giornata», spiega il lavoratore, «è soprattutto il viaggio di rientro a configurarsi come una drammatica roulette russa. Affrontarlo nel pomeriggio, dopo il logorio del turno lavorativo e sotto l’effetto cumulativo di farmaci così impattanti, trasforma la strada in un azzardo inaccettabile. Ogni volta che salgo in auto, la mia mente torna inevitabilmente alle immagini della terribile tragedia di Santo Stefano, quando Angelika Hutter travolse e distrusse una famiglia di turisti veneziani. Ho il terrore che un colpo di sonno o un malore possano provocare un dramma simile a questo. È una responsabilità enorme che grava sulla mia coscienza, ma che ricade interamente su chi mi impone questo viaggio».

Lo smart working non sarebbe certo un lusso per un dipendente, che da cinque anni lavora anche da casa, garantendo un impegno e un rendimento talmente elevati da aver ottenuto una promozione verticale sul campo. Un traguardo che dimostra in modo inequivocabile come la prestazione lavorativa da remoto sia pienamente efficiente e vantaggiosa per l’ente pubblico. Di fronte a soluzioni di compromesso, l’uomo non deroga: «Sulla mia salute non si mercanteggia. Se l’amministrazione pensa di cavarsela proponendomi di venire in ufficio due giorni e stare a casa tre, significa che sta provando a fare il mercato del pesce sulla mia pelle. O la tutela è totale, o non è tutela».

Stanco di aspettare, il dipendente ha inviato una diffida legale ai vertici dell’ente e alla responsabile del Personale, mettendo in copia formale anche una consigliera provinciale e l’Ufficio vertenze della Cgil. La diffida ha inchiodato il Comune alle sue responsabilità: se il dipendente dovesse avere guai, la colpa penale cadrebbe direttamente su chi ha imposto la presenza fisica negando il lavoro agile. Spunta finalmente una possibilità, ma il dipendente si chiede: «Si deve arrivare a questo?».

 

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