Gli affari dei trafficanti tra Venezia e Padova: come funziona la rete di spaccio in Veneto
Le indagini per l’omicidio di Ferdinant Hoti a San Giorgio delle Pertiche riaccendono il faro su un territorio che negli ultimi anni compare con frequenza nelle indagini sullo spaccio. L’area di Mirano, nel Veneziano, è uno degli snodi più sensibili del traffico di droga lungo l’asse Padova-Mestre-Jesolo

L’area di Mirano, nel Veneziano, è uno degli snodi più sensibili del traffico di droga lungo l’asse Padova-Mestre-Jesolo. Una cerniera geografica quasi naturale: Mirano sta a metà strada tra due grandi piazze urbane, è a pochi minuti dall’autostrada e dalla Riviera del Brenta, ma intorno conserva campagne, strade secondarie e abitazioni isolate.
Un territorio che negli ultimi anni compare con frequenza nelle indagini sullo spaccio, anche dentro reti composte da cittadini albanesi. È qui che portano, almeno per ora, molti dei fili dell’omicidio di Ferdinant Hoti, 35 anni, albanese domiciliato a Mirano, ucciso con un colpo di pistola e ritrovato nella Fiat Bravo finita nel Tergola a San Giorgio delle Pertiche.
Gli investigatori stanno ricostruendo frequentazioni e ultime ore di vita; la pista privilegiata dalla Procura di Padova è quella di un regolamento di conti maturato negli ambienti della droga.
I precedenti nell’area
Il precedente più vicino è di appena due mesi fa e dista pochi chilometri. La sera del primo luglio, davanti al civico 37 di via Desman, a Zianigo di Mirano, un giovane albanese è stato raggiunto da un proiettile tra la clavicola e il collo. Secondo l’indagine dei carabinieri di Mestre, l’agguato è nato all’interno di una rete di spaccio attiva a Mirano e nei comuni vicini. La vittima avrebbe voluto uscirne, aveva trovato un lavoro e stava per cambiare vita. Prima erano arrivate le minacce, cominciate già a febbraio. Poi le pistole.
Il 28 luglio sono finiti in carcere Luigj Makaj e Armiol Gjoka, indicati dagli inquirenti come mandante ed esecutore materiale. Nelle abitazioni e nei veicoli in uso ai due sono state trovate munizioni dello stesso calibro del colpo esploso e materiale riconducibile allo spaccio. Ma il nome di Gjoka porta il filo fino a Jesolo.
Nel gennaio 2019 era stato arrestato insieme a Lefter Disha per il tentato omicidio di Erblin Disha, 25 anni, avvenuto tra Jesolo, Eraclea e l’argine del Piave. Poco dopo era stato arrestato anche Elton Koka. La causa, ricostruita nei processi, era una partita di cocaina scomparsa.
Erblin Disha venne prelevato, interrogato, colpito prima a una gamba e poi all’addome e quindi abbandonato lungo il fiume, dove riuscì a salvarsi. Gjoka, Disha e Koka sono stati condannati in via definitiva a otto anni ciascuno. Disha e Koka, inoltre, erano già comparsi nelle indagini sul traffico di cocaina nel litorale jesolano e nell’inchiesta Eraclea: secondo l’accusa avevano rapporti per l’approvvigionamento di almeno un chilo di cocaina alla volta.
La rete dall’Albania al Veneto
Da Jesolo a Mirano, dunque, Gjoka compare a distanza di sette anni in due tentati omicidi costruiti attorno allo stesso sfondo: droga, debiti, punizioni e armi. È uno dei passaggi che oggi rende il Miranese centrale nella ricostruzione della morte di Hoti. I carabinieri stanno passando al setaccio gli spostamenti del trentacinquenne e il percorso della Fiat Bravo, mentre l’inchiesta si concentra sui rapporti che aveva costruito nel Veneziano.
Nel fascicolo del tentato omicidio di Zianigo compare anche di E.G., indicato come terzo indagato e mai arrestato in quella fase. Il nome rimbalza verso un’operazione del 2020, quando a 29 anni venne arrestato nell’operazione “Kulmi”, maxi inchiesta della Dia di Bari e delle autorità albanesi sul traffico internazionale di stupefacenti attraverso l’Adriatico.
L’indagine riguardava cocaina, marijuana e hashish importati dall’Albania e distribuiti in Italia, con circa 3,5 tonnellate di droga sequestrate. Un livello superiore della filiera: non il pusher di strada, ma l’approvvigionamento dall’altra sponda dell’Adriatico e la distribuzione sul territorio italiano.
Che Mira e Mirano siano diventate zone di deposito e smistamento lo raccontano anche operazioni indipendenti da questi gruppi. Nel febbraio 2025 i carabinieri di Venezia hanno smantellato una rete italo-albanese con base operativa proprio a Mira: quattordici misure cautelari, cocaina venduta tra Veneziano, Padovano e Trevigiano e un giro d’affari ricostruito in oltre 700 mila euro. I corrieri consegnavano, altri custodivano lo stupefacente in case e capannoni. Per recuperare i debiti, secondo l’indagine, il gruppo ricorreva anche a violenze e spedizioni punitive.
L’ultimo episodio è di queste ore e riguarda un circuito diverso. La Squadra mobile di Padova ha arrestato un marocchino di 33 anni, residente nel capoluogo euganeo ma di fatto domiciliato a Mira.
Nell’appartamento utilizzato da circa sei mesi sono stati trovati oltre dieci chili di cocaina, sette di hashish, più di un chilo di ketamina, oltre mezzo chilo di sostanza da taglio e 24 mila euro in contanti. Più di diciotto chili di stupefacenti in un solo deposito, a poca distanza da Mirano, mentre l’uomo era seguito dagli investigatori per una presunta attività di spaccio nel Padovano.
Lo stesso 33enne aveva già un precedente del 2019 a Padova: era stato arrestato con un connazionale e, in quell’occasione, erano stati sequestrati oltre 300 grammi di cocaina e circa 14 mila euro. Anche questo precedente riporta lo stesso asse logistico verso Padova.
È dentro questa geografia che si colloca il delitto Hoti: Padova da una parte, Mestre dall’altra, Jesolo verso il litorale, l’autostrada a portata di mano e la Riviera come area di transito e deposito. L’auto nera diventata una bara di metallo che collega per ben due volte Jesolo al Miranese. Hoti viveva a Mirano ed era già noto alle forze dell’ordine. Ora il lavoro dei carabinieri è ricostruire con chi si sia incontrato prima di essere ucciso.
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi











