Crisi in Medio Oriente, sirene d’allarme a Tel Aviv. La testimonianza di una veneta: «Le giornate nei rifugi»

Micol Radzik, trevigiana figlia di un rappresentante della Comunità ebraica di Venezia, vive a Tel Aviv: «Una sorpresa sentire la sirena sabato mattina. Nelle case moderne tutti hanno un rifugio. La notte è il momento più delicato»

Mitia Chiarin
Micol Radzik nel rifugio a Tel Aviv
Micol Radzik nel rifugio a Tel Aviv

Una giornata intera passata nei rifugi di sicurezza di Tel Aviv. L’attacco Usa-Israele sull’Iran ha scatenato la rappresaglia con i missili lanciati su Israele dal regime degli Ayatollah. E il paese è in stato di allarme, da Tel Aviv alla Cisgiordania.

Il continuo suono delle sirene di allarme non permette di trovare pace. Il suono ha scandito la giornata di una veneta che vive a Tel Aviv. L’attesa, infinita, di una serenità messa in forse dall’ennesimo conflitto internazionale nel Medioriente.

La giornata è stata davvero difficile per Micol Radzik. La trentaquattrenne trevigiana, figlia di un rappresentante della Comunità ebraica di Venezia, vive e lavora a Tel Aviv da 4 anni.

«Ero già qui a giugno, nell’altra guerra con l’Iran. Diciamo che sono un poco meno preoccupata perché ci sono già passata. Ma la stanchezza è evidente», racconta. «L’attacco era nell’aria da più di un mese. Ma stamattina è stata una sorpresa sentire a letto la sirena», racconta via messaggio dal parcheggio - rifugio del piano -2 di un grattacielo, a tre minuti a piedi da casa sua. Alle 8 del mattino il primo allarme. La giornata scivola via tra tensione e la stanchezza che avanza. Ad ogni suono di sirena si scende nei rifugi dove trovare protezione. «La metro è un rifugio, ma ce ne sono tantissimi nella città. Sia pubblici, che privati. Nelle case moderne tutti hanno un rifugio in casa... però per i missili dell’Iran non è detto che siano così sicuri. E quindi in queste situazioni è preferibile andare in qualche rifugio sotterraneo», ci racconta la giovane.

La giornata di Micol a Tel Aviv scivola via così: il collegamento costante con i famigliari, il telefonino da non far scaricare. La stanchezza del sali e scendi ad ogni suono della sirena anti-aerea.

Solo verso le 19, con l’arrivo nella metropolitana di Tel Aviv è possibile parlare con Micol al telefono, dopo una giornata di messaggini e di condivisione della tensione.

«Lo spazio aereo è chiuso. Quindi di tornare a casa in Italia, per ora, non se ne parla. Ora devo decidere cosa fare per questa notte. Se tornare a casa mia o andare da amici che hanno un rifugio nella casa».

La notte, spiega, «è il momento più delicato» di queste giornate di guerra. Nei rifugi, racconta, niente panico. «Diciamo che siamo tutti un poco abituati… però siamo stanchi perché è da stamattina che andiamo su e giù nei rifugi». Ieri sera la giovane veneta era ancora in dubbio sul da farsi nelle ore notturne, le più delicate. «Per fortuna qui a Tel Aviv vi è una grossa comunità italiana molto coesa, siamo in ventimila persone». E ammette i timori per i prossimi giorni. «Una escalation del conflitto nel Medioriente è quello che stiamo temendo tutti in queste ore», racconta.

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