Zaia alla mostra del cinema: «Sorrentino da Oscar, il film è un inno alla libertà. Sul fine vita l’Italia è ipocrita»

Il presidente del Veneto commenta La grazia. Varie analogie con la sua esperienza: «Non so dove finirò, ma continuerò a battermi per l’eutanasia. La politica deve assumersi le sue responsabilità. Con Giuli ho parlato d’altro»

Rocco Currado
Zaia e Giuli alla Mostra del Cinema di Venezia
Zaia e Giuli alla Mostra del Cinema di Venezia

Di chi sono i nostri giorni, ci si chiede nell’ultimo film di Sorrentino.

«Nostri, solo nostri».

Luca Zaia era in Sala Grande, mercoledì sera, per l’apertura dell’82ma Mostra del Cinema di Venezia. «Complimenti a Barbera e Buttafuoco, abbiamo iniziato con il piede giusto» dice il presidente del Veneto che ha visto La grazia di Paolo Sorrentino. A sinistra il ministro Alessandro Giuli, a destra la moglie Raffaella Monti.

Cosa ha provato?

«Mi aveva emozionato profondamente La porta accanto di Almodóvar. Sorrentino, che è la sublimazione dei registi, il Fellini dei giorni nostri, un artista vero, è riuscito a trattare il tema del fine vita in maniera ancor più magistrale. Il film è un inno non ideologico alla libertà, che rispetta tutte le parti della sceneggiatura in commedia. L’interpretazione degli attori è eccezionale. Se non prende l’Oscar mi chiedo cosa si debba fare per averlo».

A tormentare il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo), nella pellicola, ci sono due richieste di grazia e un decreto legge sull’eutanasia.

«Un po’ mi sono rivisto, soprattutto per il fatto dell’onere di dover prendere una decisione, avendo vissuto fasi complicate come quella del Covid, quando ho chiuso tutto».

De Santis è entrato nel semestre bianco e lei…

«Fra poco nei sessanta giorni, ma per fortuna non ho patate così bollenti».

Lui, riguardo la legge sul fine vita, pensa: “Se non l’approvo, sono un torturatore. Se lo approvo, un assassino”. Lei si è battuto su questo tema, ha avuto questo dubbio?

«Certo, ma è più che altro un’accusa che mi viene fatta dai fondamentalisti. Ho ricevuto critiche durissime, ma noi governatori siamo chiamati a gestire queste pratiche: troppo comodo starne fuori e giudicare. Ma voglio sottolineare che il tema della grazia non è secondario, anzi profondissimo. Il Presidente non la dà all’uomo che ha ucciso la moglie malata d’Alzheimer, perché non l’amava. Invece la concede alla ragazza che ha ucciso il marito dopo anni di violenze. Così il film dice chiaramente no alla violenza sulla donna».

Sul fine vita si è espressa la Corte costituzionale, a mancare è la politica.

«Il tema è che bisognerebbe assumersi le responsabilità e non lo si vuole fare».

Perché?

«È corretto che non tutti la pensino allo stesso modo, ma la tua libertà finisce quando inizia la mia: deve essere un dogma per le istituzioni. Ci sono dei temi in cui dobbiamo far tornare protagonista il cittadino. Bisogna garantire che il processo sia tutelato e garantisca la libertà di scelta. Per questo serve una legge, non basta la sentenza. La coscienza popolare è più avanti di quella istituzionale su questo. Siamo un Paese ipocrita, spero che la politica sui temi etici sappia fare un passo in avanti».

Lo ha detto al ministro Giuli?

«Abbiamo parlato d’altro».

Di regionali?

«Chiedono tutti a me se ci sono novità, ma non ne ho nessuna».

Tornando al film, il presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone (FdI) è intervenuto così: “Con una battuta dico che sto col cavallo (che nel film è agonizzante, ndr)”. Per poi aggiungere: “Il dolore fa parte della vita, sono contrario all’eutanasia”.

«Capisco fino in fondo chi è contrario e lo rispetto, ma non possiamo fare finta di nulla. Se ci preoccupiamo della dignità di un animale, dobbiamo rispettare la volontà di un malato terminale. Ognuno deve poter essere libero, se la sua scelta non impatta sugli altri. Poi finiamola in questo Paese di dire che è una questione di cure palliative: c’è chi non vuole spegnersi come una candela e noi non siamo chiamati a giudicare».

Nel girato c’è un papa nero, con i rasta e l’orecchino.

«Ci si aspetterebbe uno all’avanguardia, ma non è così. Meglio il nostro Leone XIV».

Pensa che la presenza della Chiesa in Italia ostacoli questa legge?

«È giusto che la riflessione sia condivisa, dopodiché la Chiesa si occupa delle anime e noi dei corpi. Ci deve essere un giusto equilibrio».

Si è sentito solo nella sua battaglia?

«La solitudine dei numeri primi, è il mio mestiere. Se ho un consenso così ampio è perché ho sempre cercato di rappresentare e tutelare tutti. E un Parlamento che non fa nulla davanti all’80 per cento dei cittadini che sono favorevoli a una legge sul fine vita, chi rappresenta?».

La legge regionale bocciata dal Consiglio rimane la sua grande incompiuta?

«No. Qualcuno ha fatto capire che è saltato il fine vita in Veneto, ma non è così. C’è già la sentenza della Consulta che lo garantisce. La nostra legge stabiliva le due cose che mancano nella sentenza: chi somministra il farmaco e entro quanti giorni bisogna rispondere».

Resta comunque il rammarico?

«Sono sereno perché ho rispettato la volontà di tutti, non ho mai fatto la conta dei voti. La legge non avrebbe cambiato il corso della storia, serve una legge del Parlamento».

Continuerà a battersi sul tema?

«Sì, resterò coerente».

In che modo?

«Non so dove andrò a finire, ma resta una mia convinzione. Ho visto le cartelle cliniche, leggendole si fatica ad arrivare alla fine. Ho incontrato questi malati, è indescrivibile».

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