Graziano Debellini: «Ecco come dare nuova vita al Caffè Pedrocchi»

Graziano Debellini ha collaborato per anni alla gestione del caffè storico: «Il locale è enorme, necessita di molto personale e a Padova non abbiamo una clientela alto spendente continua»

Rocco Currado
Graziano Debellini, a destra il Pedrocchi
Graziano Debellini, a destra il Pedrocchi

«Ho collaborato alla gestione del Pedrocchi per dieci anni, ne conosco tutti i problemi e tutti i particolari. Il nodo non sta tanto nella gestione, quanto nel capitolato originario, che dovrebbe essere pensato prima di tutto per custodire quel bene nel modo migliore. Se ti trovi di fronte a un canone troppo impegnativo e impostato con criteri eccessivamente commerciali, sei costretto – e l’ho vissuto in prima persona – a riempire il locale di attività, con il rischio di degenerare». Graziano Debellini, presidente di Th Resort, è stato protagonista della gestione del Caffè Pedrocchi negli anni del gruppo Cascina.

Quali sono, secondo la sua esperienza, le principali difficoltà nel gestire lo spazio?

«È un caffè di duemila metri quadrati, davvero difficile da gestire. Ha una struttura e dei servizi pensati per un’altra epoca. Ci si trova con un affitto importante, una manutenzione estremamente delicata e un fabbisogno di personale imponente. Inoltre, Padova non ha una clientela alto spendente così continua e ampia da garantire un servizio di questo livello in modo costante. Di conseguenza si è spinti a riempire il locale il più possibile, e questo inevitabilmente comporta dei rischi per la conservazione del bene».

Ha assistito personalmente a situazioni in cui la tutela del bene entrava in conflitto con le esigenze di incasso?

«Sì, spesso. Con un affitto così, alla fine si fa di tutto per aumentare gli incassi. Ma il problema è a monte».

In che senso?

«Il primo nodo è il capitolato d’appalto, che deve tenere conto della struttura e del progetto complessivo che si vuole realizzare. Un appalto come quello che è stato fatto non può garantire né la tutela del bene né la sostenibilità economica. Il proprietario deve pensare a un modello diverso, bisogna allargare il progetto e differenziare la proposta, creando attività che contribuiscano all’equilibrio complessivo del locale».

Per esempio?

«Ho insistito più volte sull’idea di destinare il terzo piano a una forma di ospitalità: dieci o dodici suite, per rendere quel piano vissuto. Sarebbero frequentate da persone che arrivano da tutto il mondo. Potrebbe rappresentare un’entrata importante, perfettamente compatibile con la storia del luogo».

Sarebbe sufficiente?

«Nel piano nobile ci sono sale molto fragili, dove organizzare eventi è sempre rischioso. Ma, a esempio, si potrebbe riavvicinare il mondo dei giovani e dell’università».

Come?

«A parte la sala Rossini, le altre potrebbero essere trasformate in aule studio. All’interno del Museo del Risorgimento, che oggi è poco visitato, si potrebbero creare degli spazi per gli studenti. Esistono in tutto il mondo: ovviamente vanno custodite con grande attenzione. Gli studenti poi potrebbero scendere a prendere un caffè. In questo modo si ridarebbe vita al luogo e si riavvicinerebbe il Bo allo stabilimento Pedrocchi. Ma c’è di più».

In che senso?

«Avevo pensato anche a un locale sotterraneo: ci sono delle volte molto belle. Se le condizioni di sicurezza lo consentissero, si potrebbe realizzare uno spazio di degustazione di vini. In questo disegno il caffè non viene snaturato, anzi si tratta proprio di ripartire dalla vocazione originaria: si punta su una caffetteria e una pasticceria di qualità, senza riempire il locale di paccottiglia, si riavvicina l’Università e si ridà vita al secondo piano. Si ridurrebbero così le attività più aggressive dal punto di vista della conservazione».

Crede che, altrimenti, la degenerazione sia inevitabile?

«Per forza». 

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