Morto a 14 anni per il ritardo delle cure, la perizia conferma: “Poteva essere salvato”

Francesco Gianello morì nel gennaio del 2024. Per le sue cure i genitori si sarebbero affidati al cosiddetto “metodo Hamer”: sono imputati per omicidio volontario con dolo eventuale. Depositata lunedì 7 settembre la relazione della perizia

Francesco Gianello morì a 14 anni
Francesco Gianello morì a 14 anni

Sarebbe potuto essere salvato rispettando i protocolli chemioterapici e chirurgici previsti dalla scienza medica Francesco Gianello, il ragazzo vicentino di 14 anni morto di tumore nel gennaio 2024, per il quale i genitori si sarebbero invece affidati al cosiddetto "metodo Hamer".

Lo affermano i periti Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, nella relazione della perizia per la quale erano stati incaricati dalla Corte d'Assise di Vicenza, davanti alla quale i genitori sono imputati per omicidio volontario con dolo eventuale, e che è stata depositata oggi.

La relazione introduce una nuova ipotesi, che cioè i seguaci del metodo Hamer possono aver utilizzato nei confronti di Francesco farmaci neurotossici (Artemisia) e confuta le conclusioni della difesa, che sosteneva la mancanza di nesso di causa tra le scelte dei genitori e il decesso del figlio.

L'udienza di discussione è prevista per il 16 settembre prossimo.

Francesco Gianello - ricordano i periti della Corte - era affetto da osteosarcoma di alto grado, variante osteoblastica secondo la Classificazione dell'Oms del 2020. I primi sintomi di malattia risalgono al dicembre 2022.

Da allora, l'osteosarcoma ha mostrato una rapida progressione: ancora localizzato, operabile e non metastatico nel marzo 2023, è poi evoluto - sottolinea la relazione - per il ritardo di diagnosi e trattamento, in malattia polmonare metastatica e localmente avanzata. Le chance di sopravvivenza a 5 anni si sono così ridotte dal 74,8% al 45%.

La terapia corretta dell'osteosarcoma avrebbe richiesto una biopsia e l'immediata "stadiazione", ossia la definizione dello stadio del tumore; una chemioterapia, quindi chirurgia radicale e successiva chemioterapia.

Il ritardo diagnostico-terapeutico di 45 giorni ha invece causato la progressione locale e polmonare della malattia, con la compromissione delle possibilità di trattamento chirurgico, e la riduzione delle possibilità di controllo della malattia.

 

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