Bivacchi in montagna usati come alberghi: il Cai lancia l’allarme sugli abusi sulle Dolomiti

Il Club alpino italiano chiede di riportare i bivacchi alla loro funzione originaria: rifugi d’emergenza e non mete turistiche gratuite. A Pieve di Cadore un convegno nazionale sul futuro di queste strutture

Francesco Dal Mas
Bivacco sul Monte Pelmo
Bivacco sul Monte Pelmo

«Il bivacco è una struttura adibita esclusivamente al ricovero di emergenza. Non è un albergo gratuito. Non è neppure una meta finale». È il più recente appello di una Sezione del Cai – in questo caso quella di Auronzo – contro l’abuso che si fa di questi ripari in alta quota, magari fino a vandalizzarli (o a bruciarli, come è accaduto sulle montagne di Borgo Valbelluna).

Il tema, dibattuto da tempo, sarà al centro di un convegno di respiro nazionale del Cai di Pieve di Cadore, la sera del 24 luglio. Il Cai di Auronzo, che ha in gestione il Fanton sulle Marmarole, al centro di numerosi interventi di soccorso, è arrivato a scrivere – anche in inglese ed in tedesco – che chi lo occupa impropriamente «ha l’obbligo di lasciare il posto ad eventuali escursionisti impegnati in traversate nella zona che abbiano bisogno di ricovero per proseguire il cammino il giorno seguente».

«Non sono prenotabili»

Non solo: questo e gli altri bivacchi «non sono prenotabili», ammonisce il Cai delle Tre Cime e rilancia Francesco Abbruscato, presidente regionale del Club alpino. «Sì, perché», puntualizza, «sempre più frequenti sono le richieste di prenotazioni di bivacchi, soprattutto più iconici, scambiandoli per rifugi, se non addirittura per alberghi».

E quindi? «Per restituire questi ambienti alla loro funzione di emergenza, al convegno di Pieve di Cadore proporremo che le sezioni proprietarie li privino di ogni elemento di agio (materassi, cuscini, coperte, reti finanche alimenti a lunga scadenza), per lasciare tutto ciò che serve al primo soccorso. Siamo anche del parere che alcuni bivacchi, un tempo necessari per la particolare condizione logistica in cui si trovano, vengano smantellati se oggi non servono più». Un esempio? «Il Comici al limite del bosco, sul Sorapiss. Ma ce ne sono tanti altri».

Secondo Fabio De Nicolò, presidente della sezione Cai di Vigo di Cadore, invece, prima di togliere comfort o chiudere i bivacchi bisogna investire nell’educazione degli utenti. I bivacchi sulla montagna veneta sono 36. Ricevono anche la contribuzione della regione Veneto in quanto presidi di sicurezza. «Gestione, Invece», denuncia Bepi Casagrande, presidente del Cai di Pieve di Cadore. «Sempre più frequentemente vengono occupati, di giorno e anche di notte, da gruppi festaioli che trovano comodo incontrarsi magari in luoghi magici senza pagare un euro. E magari abbandonando rifiuti, oltre che l’esito dei propri bisogni, perché non c’è un bivacco che abbia un bagno, come è ovvio».

«Non chiudiamoli»

Da qui la decisione di alcune sezioni del Cai di chiudere a chiave il proprio ambiente, per cui chi intende salirvi deve chiedere e pagare. «Ma anche questo è sbagliato», puntualizza Abbruscato, «perché i bivacchi sono strutture fatte apposta per essere aperte tutto l’anno. Gli stessi rifugi hanno annesso ciascuno un bivacco per l’emergenza, quando la struttura è inattiva. Secondo il censimento ufficiale della Regione Veneto, i bivacchi fissi alpini riconosciuti sono 39. Generalmente sono posti oltre i 1. 600 m e gestiti dal Cai o da altri enti senza scopo di lucro. La provincia di Belluno ne ha 31.

L’accesso controllato per alcune strutture è al centro del più vivace dibattito in considerazione dell’aumento del turismo sui social, che porta persone a usare i bivacchi come destinazione di una gita, per vandalismi, furti e danneggiamenti, per rifiuti e scarsa pulizia e, quindi, per costi di manutenzione sempre più elevati a carico delle sezioni Cai e dei proprietari.

La problematica, per la verità, non è recente, ma nelle ultime estati si è acuita. Era ancora il 2008 quando il Parco decideva di modificare la gestione di alcuni di questi impianti dopo ripetuti episodi di vandalismo, furti e degrado.

La soluzione adottata non fu chiudere completamente i bivacchi, ma dividerli in due parti: una parte sempre aperta come ricovero di emergenza; una parte chiusa a chiave, accessibile ritirando la chiave presso il Parco e contribuendo alle spese di manutenzione. Tra le tante sezioni ad intervenire quella del Cai di San Donà di Piave ha scritto esplicitamente che, pur avendone il diritto, ha scelto di non chiudere il proprio ambiente a chiave, preferendo mantenerlo aperto e puntare sull’educazione e sul rispetto degli utenti. «Quello dell’educazione è un impegno che dev’essere assunto responsabilmente da tutte le sezioni», afferma Casagrande, «per sensibilizzare al proprio interno ma anche all’esterno, rispetto ai tanti problemi dell’andare in montagna; non solo per bivacchi».

Carlo Zanella, presidente del Cai Alto Adige, ha proposto in ogni caso che come estrema soluzione, in caso di abusi, vengano rimosse le stretture più colpite. Intanto, però, bisogna smettere di costruire “bivacchi di design”, con grandi vetrate, comfort elevati e architetture che li rendono attrazioni turistiche. Ed è ciò che si farà sull’Antelao, col nuovo bivacco Cosi. «Ritorniamo, appunto, agli impianti classici: bastano due panche e un tavolo», condivide Abbruscato. Antonio Montani, presidente generale del Cai, sarà presente a Pieve di Cadore. Apprezzato, comunque, dai soci l’annunciato stanziamento di 400. 000 euro per sostituire i bivacchi che presentano ancora coperture o componenti in amianto.

 

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