Strage di carabinieri a Castel d’Azzano, tutti e tre i Ramponi rinviati a giudizio

Sono 15 le parti civili ammesse, tra cui la compagna del carabiniere padovano Valerio Daprà, una delle tre vittime dell’esplosione: Corte d’Assise il 26 ottobre

Carlo Bellotto

Tutti e tre a processo per la strage di Castel d’Azzano. La gup Beatrice Marini ha rinviato a giudizio i fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, accusati dalla Procura di Verona per l’esplosione del casolare avvenuta nella notte del 14 ottobre 2025, nella quale persero la vita tre carabinieri e rimasero ferite altre 26 persone. Il processo davanti alla Corte d’Assise di Verona prenderà il via il prossimo 26 ottobre, con il collegio presieduto da Raffaele Ferraro.

Una decisione che arriva dopo un’udienza preliminare nella quale le difese avevano avanzato diverse richieste, tutte respinte dalla giudice. In particolare, la Gup ha rigettato la richiesta di disporre una perizia, attraverso incidente probatorio, sulla capacità di intendere e di volere dei tre fratelli. Respinta anche l’istanza presentata dall’avvocato Enrico Bastianello, difensore di Dino Ramponi, per ottenere il non luogo a procedere dall’accusa di strage. La difesa aveva evidenziato la posizione del 64enne, che al momento della deflagrazione si trovava fuori dal casolare. Anche questa richiesta non è stata accolta dalla Gup e Dino Ramponi dovrà quindi affrontare il processo insieme al fratello Franco e alla sorella Maria Luisa.

I tre fratelli sono chiamati a rispondere di strage in concorso e omicidio plurimo premeditato, oltre che di detenzione di esplosivi e minacce. Al centro dell’inchiesta c’è l’esplosione che, nella notte del 14 ottobre dello scorso anno, devastò il casolare di Castel d’Azzano, alle porte di Verona, durante l’intervento delle forze dell’ordine.

L’accusa

Secondo l’impostazione accusatoria, i fratelli avrebbero predisposto un piano per reagire all’intervento delle forze dell’ordine, saturando di gas l’abitazione e preparando le condizioni per provocare l’esplosione. A Maria Luisa Ramponi viene contestato, in particolare, di avere materialmente innescato il devastante scoppio delle bombole di gas. Franco e Dino, secondo l’accusa, avrebbero invece avuto un ruolo nella preparazione del piano. Una ricostruzione che sarà ora sottoposta al vaglio della Corte d’Assise e che viene contestata dalle difese. A sostenere una lettura diversa della vicenda è stato Luciano Arcudi, avvocato di Franco Ramponi, l’unico dei tre fratelli presente ieri in aula davanti alla Gup.

«Non volevano uccidere nessuno, si volevano solo suicidare. Franco Ramponi, 66 anni, era dunque presente all’udienza preliminare. Dino, 64 anni, e Maria Luisa, 60 anni, non hanno invece partecipato fisicamente all’udienza perché detenuti, rispettivamente, nel carcere di Trento e in quello di Vicenza. Maria Luisa è rimasta ferita nella stessa esplosione che la Procura le contesta di avere materialmente innescato.

La deflagrazione provocò una strage tra i militari intervenuti sul posto. Persero la vita Valerio Daprà, 56 anni, carabiniere in servizio nel Padovano e residente nella zona della Paltana a Padova; il carabiniere scelto Davide Bernardello, 36 anni, di San Giorgio delle Pertiche; e il luogotenente carica speciale Marco Piffari, 56 anni, di Sant’Ambrogio di Trebaseleghe. Per le vittime e per i feriti il procedimento è entrato nella fase delle parti civili. Sono 15 le costituzioni di parte civile ammesse nel processo. Tra queste figura anche Sandra Botton, compagna di Valerio Daprà, assistita dall’avvocata Camilla Bonon. La sua presenza nel procedimento si aggiunge a quella degli altri soggetti che chiedono di essere tutelati nell’ambito del processo per le conseguenze provocate dall’esplosione.

Ieri, nell’aula di Verona, erano presenti anche alcuni dei feriti e alcuni familiari dei tre carabinieri morti. Tra loro Fredile Bernadello, padre di Davide, che ha ribadito la fiducia nell’operato della magistratura. «Abbiamo piena fiducia nella magistratura, sia inquirente, sia giudicante. Non posso dire che siamo soddisfatti perché quello che succederà in Tribunale non potrà certo restituirci il nostro Davide, però siamo fiduciosi in una giusta sentenza», ha detto.

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