Strage di Castel d’Azzano, il luogotenente Piffari fu estratto vivo dalle macerie

Il luogotenente, poi deceduto, al comando della Sos risultava un autista. A chiedere gli accertamenti sulla gestione dell’intervento erano stati i familiari proprio di Marco Piffari

Matteo Bernardini
Il casolare dopo l'esplosione
Il casolare dopo l'esplosione

Marco Piffari, il luogotenente dei carabinieri a cui venne affidato il comando della Sos di Mestre durante il blitz nel casolare di Castel d’Azzano fatto saltare in aria dai fratelli Ramponi, provocando la morte dello stesso Piffari e di altri due suoi colleghi Valerio Dal Prà e Davide Bernardello; quando venne estratto dalle macerie sarebbe stato ancora vivo.

La circostanza sarebbe stata riferita, nel corso dell’indagine che la Procura generale di Venezia sta portando avanti parallelamente a quella aperta dalla procura di Verona, da un assistente della polizia che si trovava accanto alle macerie del muro del casolare fatto esplodere.

Piffari venne immediatamente trasportato in ambulanza dove, alle 4.40 del 14 ottobre dello scorso anno, spirò. Ma non sarebbe l’unica “anomalia” emersa dal secondo filone di inchiesta - per cui tre ufficiali dell’Arma sono accusati di negligenze nell’organizzazione e gestione del blitz - poiché lo stesso Piffari, a cui venne affidato il comando della Sos, nell’ordine di servizio del battaglione Mestre risultava in realtà essere l’autista di un ufficiale.

I nuovi accertamenti

A chiedere gli accertamenti sulla gestione dell’intervento erano stati i familiari proprio di Marco Piffari. Alla fine le contestazioni mosse nei confronti dei militari dell’Arma finiti sotto indagine sono diciotto.

Riguardano presunti errori nella pianificazione del blitz, nella sua gestione e nella decisione di non interromperlo quando sarebbe apparso chiaro che i tre fratelli Ramponi (il processo nei loro confronti si aprirà il 26 ottobre) avevano saturato di gas l’ambiente del casolare, rendendo evidente il rischio di un’esplosione.

Viene evidenziata una pianificazione che non avrebbe tenuto conto dell’esperienza delle squadre tecniche, ovvero Api, Sos e Uopi, alle quali non era stato affidato il compito di effettuare i sopralluoghi. Il casolare era stato trasformato dai tre imputati in una vera e propria trappola satura di benzina, gpl e di sette bombole a gas.

E proprio l’irruzione, stando alle nuove verifiche, sarebbe proseguita nonostante l’odore di gas fosse stato percepito da tutte le persone che stavano operando. Oltre ai tre carabinieri deceduti i feriti sono stati 25. Inoltre, secondo i procuratore generale che sta coordinando le indagini legate al secondo filone di inchiesta, alle forze speciali intervenute non erano stati forniti i documenti sui precedenti accessi (interrotti) al casolare.

«Vi ammazzo tutti»

Che l’intervento si dovesse interrompere, anche quel 14 ottobre, per la Procura generale averebbe dovuto essere chiaro quando dal casolare - come riportano gli atti di indagine - a un certo punto due dei tre fratelli Ramponi (Franco e Dino) erano stati visti fuggire dalla casa (come tra l’altro già avvenuto tre settimane prima) gridando «Via, via, molla tutto».

Una fuga che avrebbe dovuto essere considerata l’indizio principale che l’esplosione sarebbe arrivata da lì a poco anche perché la sorella, Maria Luisa, a un certo punto aveva urlato: «Vi ammazzo tutti». Ma nonostante tutto questo l’operazione proseguì arrivando al drammatico epilogo che portò alla morte dei tre militari.

La tempistica

Nel mirino della Procura generale anche i tempi dell’operazione, svolta di notte e con scarsa visibilità, condizioni che avrebbero reso difficile la perquisizione. I responsabili dei corpi speciali, inoltre, avrebbero partecipato soltanto a un briefing di 15 minuti, nel pomeriggio del 13 ottobre, poche ore prima dell’inizio dell’operazione. Alcuni giorni prima, Maria Luisa Ramponi era stata notata mentre si riforniva di benzina e non sarebbe stato monitorato l’acquisto di bombole di gas.

La Procura generale ha altresì sollevato dubbi sulle decisioni assunte nonostante il dissenso che sarebbe stato espresso dai responsabili e dagli operatori delle squadre speciali, tra i quali lo stesso Marco Piffari. Non solo perché sempre secondo la procura generale non sarebbero state tenute in considerazione, dal tenente colonnello Antonio Sframeli, dal colonnello Claudio Papagno e dal capitano Vincenzo Spataro, nenache le posizioni dei negoziatori e del Gis di Livorno.

 

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