Segregata in casa e picchiata con la scopa: quindicenne fa denunciare mamma e patrigno violenti

La studentessa residente nel Bellunese si è confidata con la zia dopo che non era servito a nulla parlarne a scuola: «Ho anche tentato di uccidermi»

Gigi Sosso
I carabinieri hanno indagato sulla vicenda della studentessa maltrattata
I carabinieri hanno indagato sulla vicenda della studentessa maltrattata

Chiusa in casa e con il cellulare sequestrato. Nessuna possibilità di comunicare con quello che c’era oltre le finestre per una studentessa di 15 anni. Tranne che nei giorni di scuola e quando la madre e il suo nuovo compagno decidevano di portarla con loro a fare una passeggiata. Non osava nemmeno più ribellarsi a questo avvilente stile di vita, perché altrimenti le prendeva.

Soprattutto dalla mamma: calci, tirate di capelli e una bastonata con il manico di una scopa, un colpo talmente secco da fratturarle il setto nasale. Ma anche il patrigno non le avrebbe risparmiato percosse e umiliazioni.

Nel processo ai due adulti per maltrattamenti in famiglia, la ragazza ha risposto per circa due ore alle domande delle parti. Sempre con un filo di voce e più di qualche “non ricordo”: «Non ho mai vissuto con il mio papà biologico ed ero tanto legata a mia madre. Posso dire di essere cresciuta normalmente fino a quando lei e il suo nuovo compagno hanno deciso di separarsi. È in quel momento che ha cominciato a diventare oppressiva, nel senso che – a parte la scuola – non mi faceva uscire e frequentare gli amici, se non molto raramente. Litigavamo spesso, perché avevamo idee diverse e io ero costretta a soccombere, Mi tirava i capelli oppure mi prendeva a calci».

Il clima familiare dev’essere stato molto elettrico tra l’estate 2022 e l’inizio del 2023, anche perché la madre si era accorta che il nuovo uomo la tradiva: «Qualsiasi cosa facessi in casa non andava bene e finivamo per baruffare. Capitava anche che mia madre mi offendesse addirittura con epiteti a sfondo sessuale oppure fosse lui ad alzare le mani. Nel primo periodo mi sono anche ribellata, poi ho smesso di chiedere maggiore libertà, perché sapevo come sarebbe finita. Ho iniziato a provare sempre più ansia, sempre maggiore angoscia».

Non era tanto paura, ma un sensazione diversa, che non è passata nemmeno quando ha avuto una storia piena di limitazioni con un ragazzo: «Ero al telefono fisso di casa con lui, quando mi sono sentita talmente esasperata da tentare di togliermi la vita. Ho cercato di tagliarmi le vene con una forbicina, ma non ci sono riuscita. È stata una chiamata fatta, naturalmente, di nascosto. Quando mettevo giù, poi cancellavo le telefonate».

Due le vie d’uscita: la scuola o gli zii. La prima quella più a portata di mano: «Mi sono confidata con alcune compagne di classe e un paio di insegnanti. Insieme abbiamo cercato invano una soluzione e ho perso un anno di scuola. Confidavo nel fatto che presto sarei diventata maggiorenne e avrei potuto andare via di casa, ma non era così semplice».

Meno complicato un temporaneo soggiorno da una zia: «I miei genitori mi hanno portato dai parenti e questa è stata la mia salvezza. Non ho più voluto tornare a casa, perché finalmente stavo bene e potevo vivere come tutte le altre ragazze della mia età, anche grazie a mia cugina. Ho raccontato tutto quello che mi era successo, compresi i lividi che avevo sui glutei e sul collo e il 10 agosto di tre anni fa sono stata accompagnato dai carabinieri a presentare la querela». 

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