Caso "cecchini del weekend", vertice all'Aia: i magistrati in cerca di prove sui safari dell'orrore
Il pm milanese incontra la Procura internazionale per acquisire documenti. Coinvolte anche autorità di Belgio, Francia e Bosnia per i crimini a Sarajevo

Acquisire documenti processuali. E capire se nelle carte giudiziarie – quelle dei processi per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia – ci siano testimonianze, riferimenti espliciti o elementi indirettamente utili a fare luce sulla vicenda dei safari umani organizzati tra il 1992 e il 1995 a Sarajevo.
Con questi obiettivi il sostituto procuratore Alessandro Gobbis, che coordina l’inchiesta del Ros dei carabinieri assieme al procuratore capo di Milano, Marcello Viola, si è presentato mercoledì 11 febbraio a L’Aia, per confrontarsi con i magistrati della Procura del Meccanismo residuale internazionale per i Tribunali penali, l’organo incaricato di assumere le funzioni essenziali, la giurisdizione e i diritti dei tribunali penali per l’ex Jugoslavia.
Gobbis ha incontrato il procuratore capo dell’organismo giudiziario, Serge Brammertz e i suoi collaboratori più stretti ed è probabile, secondo quanto appreso dalle agenzie, che i magistrati possano confrontarsi nuovamente nella giornata di giovedì 12 febbraio.
A questi vertici potrebbero partecipare anche altre autorità giudiziarie che si stanno interessando alla vicenda tra cui quelle di Belgio e Francia, oltre ovviamente alla Bosnia: del resto, secondo quanto emerso nelle ricostruzioni che hanno portato all’apertura del fascicolo da parte della Procura meneghina, ai safari contro i civili inermi avrebbero partecipato anche soggetti provenienti dalla Francia e dal Belgio.
Il confronto aperto dai magistrati lombardi con la Procura de L’Aia servirà anche a favorire il dialogo con le autorità giudiziarie degli altri Paesi coinvolti a vario titolo, rafforzando il coordinamento internazionale delle inchieste.
Quello aperto sui tavoli della Procura di Milano è il fascicolo al momento più nutrito. Tanto che il procuratore capo Viola e il sostituto Gobbis sono già arrivati all’iscrizione del primo nome nel registro degli indagati: è quello di Giuseppe Vegnaduzzo, ottantenne pensionato di San Vito al Tagliamento, ex autotrasportatore, appassionato di caccia. L’ottuagenario pordenonese lunedì è stato sentito proprio dai pm milanesi.
L’interrogatorio è durato più di un’ora, ma non ha evidentemente permesso agli inquirenti di acquisire informazioni utili all’inchiesta, a trovare quei riscontri che in qualche maniera confermassero le ricostruzioni legate alle testimonianze sin qui raccolte, a partire da quella dello scrittore Ezio Gavazzeni. Nessun riscontro, si diceva: perché Vegnaduzzo, assistito dall’avvocato Giovanni Menegon, ha risposto alle domande dei pubblici ministeri negando ogni addebito, ribadendo la propria estraneità ai fatti contestati. Pesantissima l’accusa riportata nell’avviso di garanzia recapitato dalla Procura di Milano all’ottantenne sanvitese: l’ipotesi di reato è di omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti.
Tra le audizioni anche quella di Adriano Sofri, che all’epoca era inviato di guerra. Dalla sua deposizione sono emerse conferme relative all’esposto di Gavazzeni, in particolare sulla figura dell’ex 007 dell’intelligence bosniaca, Edin Subasic, che ha riferito di aver avuto contatti all’epoca con il Sismi. Ha spiegato che l’ex servizio segreto italiano avrebbe avuto informazioni proprio dai servizi bosniaci, a inizio 1994, sul fatto che i “tiratori turistici” partivano dalla città di Trieste. E che gli stessi servizi italiani avrebbero interrotto quei safari maledetti.
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