La storia del misterioso arresto di Alberto Trentini a Caracas, dall’inizio

Il cooperante veneziano, da novembre 2024 nel carcere El Rodeo senza formale accusa, è stato inserito nella lista di detenuti venezuelani e stranieri liberati su decisione del presidente dell’Assemblea del Venezuela, Jorge Rodriguez

Eugenio Pendolini
Alberto Trentini è stato liberato
Alberto Trentini è stato liberato

Dopo 423 giorni dal Venezuela è arrivata la notizia più attesa dalla città di Venezia e dall’Italia intera: Alberto Trentini è finalmente libero di uscire dalla cella nella quale è detenuto da più di un anno.

Il cooperante veneziano, da novembre 2024 nel carcere El Rodeo senza formale accusa, è stato infatti inserito nella lista di detenuti venezuelani e stranieri liberati su decisione del presidente dell’Assemblea del Venezuela, Jorge Rodriguez.

Una decisione che per il governo di Caracas, fresco della rimozione militare di Maduro da parte degli Stati Uniti, ha l’obiettivo di “favorire e raggiungere la pace”.
Che fossero giornate cruciali per il destino del 46enne lo si era capito già dopo l’attacco sferrato all’alba del 3 gennaio dagli Stati Uniti a Caracas.

Un blitz che ha aperto diversi scenari sul destino del 46enne che dal 15 novembre del 2025 si trovava in carcere. “Un prigioniero politico”, lo aveva definito solo pochi giorni fa don Luigi Ciotti, presidente di Libera durante l’ultima iniziativa organizzata da Articolo 21 ad Assisi per rilanciare l’appello alla sua liberazione.

Trentini lavorava per la Ong Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza umanitaria alle persone con disabilità. Era arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 per una missione umanitaria. Il 15 novembre, in direzione Guasdalito da Caracas, era stato fermato a un posto di blocco, insieme all’autista dell’organizzazione.

Nato al Lido di Venezia e diplomatosi al liceo scientifico Benedetti, il 45enne veneziano si è laureato nel 2004 in storia moderna e contemporanea all’università di Ca’ Foscari. Nel 2013 ha conseguito il diploma in assistenza umanitaria a Liverpool, infine nel 2021 ha ottenito il diploma al master di Water, Sanitation and Health Engineering a Leeds.

In mezzo, una marea di esperienze sul campo sparse in giro per il mondo. Nel 2008 è stato in Ecuador, poi in Bosnia. Tra il 2013 e il 2014 si è spostato invece in Etiopia nell’ambito di un progetto finanziato da Europa e Fao per migliorare i mezzi di sussistenza delle comunità agropastorali dell'Etiopia meridionale. Nel 2014 si è trasferito in Paraguay per gestire la risposta all’emergenza alluvione che sconquassa il paese.

L’anno successivo in Nepal e poi ancora in Grecia. Tra il maggio e il dicembre 2017, Alberto ha lavorato in Perù, a Piura, in un progetto volto ad assistere 1.500 famiglie colpite dalle inondazioni. A cavallo del 2020, invece, sempre in Perù ha fornito assistenza ai migranti provenienti dal Venezuela. A partire dal 2022, la sua attività si è spostata prima in Colombia e poi in Venezuela, con la Ong francese Humanity and Inclusion

Fin dai primi giorni della sua cattura, è apparso evidente come la detenzione di Trentini, su cui pendono accuse generiche e mai circostanziate da parte di Caracas, non fosse altro che uno strumento di pressione politica sul governo italiano e più in generale sui governi occidentali.
In questo intreccio un ruolo preminente è stato quello rivestito dal governo degli Stati Uniti. Non a caso, a inizio dicembre il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva assicurato all’Italia il sostegno americano per ottenere la liberazione del cooperante veneziano in un contesto di crescenti tensioni tra Washington e Caracas.
Gli ultimi mesi di trattative diplomatiche sotto traccia avevano raccontato una situazione di stallo apparentemente senza sbocchi. In un anno, tre sono state le telefonate concesse dai carcerieri di Trentini. Il 46enne originario del Lido ha potuto brevemente chiamare la sua famiglia, che da oltre dodici mesi lo aspetta impaziente al Lido di Venezia.

A fine novembre, poi, era stata resa pubblica la seconda visita in carcere dell’ambasciatore d’Italia a Caracas, Giovanni De Vito ad Alberto Trentini. L’ambasciatore aveva riferito alla Farnesina di aver trovato Trentini in condizioni di umore migliore rispetto alla volta precedente. La visita era stata interpretata come un passo avanti nei rapporti diplomatici da parte del governo italiano.
In questi dodici mesi, gli appelli di vicinanza e solidarietà si sono moltiplicati. E la mobilitazione a sostegno di Trentini ha raggiunto tutto il paese. Solo pochi giorni fa, lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva contattato la mamma di Alberto, Armanda Colusso, per manifestare la vicinanza dello Stato italiano.

Coinvolto anche lo stato del Vaticano, con una lettera inviata dalla stessa Armanda Colusso a Papa Leone XIV, nella speranza che il pontefice potesse fare da intermediario in questo intrigo diplomatico. Ora, finalmente, la gioia più grande per i familiari e gli amici di Trentini legata alla consapevolezza di rivedere presto Alberto a casa.

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