Psicoanalista, 'li abbiamo lasciati soli, ai social il compito di orientarli'

Biondo, "lontani da proteste Parigi, qui c'è la forza omologante del consumismo"

(ANSA) - ROMA, 19 OTT - "Li abbiamo lasciati soli. Abbiamo progressivamente ridotto gli spazi in cui incontrarsi, crescere, confrontarsi con adulti credibili, sperimentare il conflitto senza esserne travolti. Troppo spesso abbiamo affidato ai social media il compito di orientare desideri, appartenenze e modelli di successo. E poi ci sorprendiamo quando una parte di loro esprime la propria rabbia attraverso la violenza". A dirlo è Daniele Biondo, psicoterapeuta e psicoanalista e docente alla Scuola di specializzazione in psicoterapia dell'adolescente e del giovane adulto dell'Arpa-Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica, sugli episodi avvenuti ieri a Milano e in altre città. Per l'esperto la violenza di Milano è completamente diversa da quella francese che ha obiettivi politici, mentre qui "non emerge una rivendicazione riconoscibile. Confondere queste situazioni significa rinunciare a comprenderle". "Nei disordini di Milano - spiega - c'è un paradosso. Quando vengono presi di mira negozi e marchi del consumo, il gesto può apparire come un attacco alla società che li produce. Eppure, se l'obiettivo è impossessarsi degli stessi oggetti di lusso esibiti come simboli di prestigio, la ribellione resta prigioniera dell'immaginario che sembra contestare. Il possesso prende il posto del desiderio; la visibilità, quello del riconoscimento. Pasolini aveva intuito con particolare lucidità la forza omologante del consumismo, capace di modificare aspirazioni, linguaggi e forme di vita. Oggi il mercato non vende soltanto prodotti: vende immagini di sé, promesse di successo immediato, appartenenze misurate in visualizzazioni. Se l'identità viene continuamente valutata in base a ciò che si mostra e si possiede, per chi si sente escluso la frustrazione può diventare intollerabile". Per Biondo "la politica dovrebbe resistere alla tentazione di usare questi ragazzi come argomento a favore delle proprie posizioni: da un lato per invocare un irrigidimento delle pene, dall'altro per leggere ogni episodio come una protesta sociale consapevole". Mentre ai ragazzi, conclude, "occorre restituire la possibilità di immaginare un futuro e di sentirsi parte della società, non soltanto suoi consumatori" perchè "il rischio è di accorgersi di loro soltanto quando disturbano o fanno fanno paura. La domanda decisiva non è soltanto come fermare la violenza. È che cosa siamo disposti a cambiare perché la rabbia possa diventare parola, conflitto, progetto e, finalmente, futuro". (ANSA).

Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi