Morte di Satnam Singh, datore di lavoro condannato a 16 anni

Bracciante fu lasciato in strada con braccio amputato. Suo caso simbolo lotta a caporalato

(ANSA) - LATINA, 08 LUG - La sua storia è diventata il simbolo della lotta al caporalato. L'incidente sul lavoro, il braccio che viene amputato da un macchinario avvolgiplastica, il titolare dell'azienda agricola che invece di chiamare i soccorsi lo carica su un furgone e lo abbandona davanti casa, con l'arto staccato dal corpo poggiato in una cassetta della frutta. E, infine, la morte in ospedale, dove era arrivato troppo tardi per salvargli la vita. Poco più di due anni dopo quel giorno, è stato scritto l'ultimo capitolo della vicenda di Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni arrivato a Latina per lavorare, e che nella pianura pontina ci ha perso la vita, accendendo un faro sul fenomeno dello sfruttamento sul lavoro. I giudici della Corte d'Assise del tribunale del capoluogo pontino, dopo ore in camera di consiglio, hanno condannato Antonello Lovato, datore di lavoro di Satnam Singh, a 16 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale, riconoscendo le attenuanti generiche. Per lui i pubblici ministeri Luigia Spinelli e Marina Marra ne avevano chiesti 22, al termine di una requisitoria durata due ore e mezza, durante la quale hanno ripercorso quel drammatico pomeriggio. "Quella di Satnam Singh è la morte di un uomo che si poteva salvare, una vita che non si è spezzata all'improvviso, ma lentamente" le parole della procuratrice aggiunta di Latina. Dopo di lei le arringhe difensive degli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, prima che a prendere la parola fosse lo stesso Lovato. "Non accetto una condanna per aver voluto togliere la vita a un uomo - la sua testimonianza -. Sono certo di non aver voluto la sua morte: credo nella giustizia e credo in questa Corte". Al centro del giudizio, infatti, c'era la valutazione relativa al dolo eventuale nel suo comportamento, alla fine riconosciuta. Ad ascoltarlo, in prima fila, i genitori di Satnam, insieme alla compagna Soni e ad altri braccianti che poi si sono radunati al presidio organizzato dalla Cgil fuori dal tribunale, in attesa della sentenza. "Abbiamo proclamato lo sciopero, manifestato e sostenuto i familiari che si sono trovati a dover affrontare questa disgrazia; allo stesso tempo, ci siamo costituiti parte civile proprio perché pensiamo che sia necessario non solo che si faccia giustizia, ma anche che emerga con chiarezza che non siamo di fronte a un caso individuale, bensì ad un sistema di fare impresa che secondo noi va contrastato" ha detto il leader della Cgil Maurizio Landini. (ANSA).

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