G8 Genova, 25 anni dopo la città ricorda la 'macelleria messicana'

Manifestazioni per non dimenticare "la più grande sospensione dei diritti umani"

(di Laura Nicastro) (ANSA) - GENOVA, 17 LUG - A distanza di 25 anni la ferita forse potrebbe iniziare a rimarginarsi. A farlo capire Enrico Zucca, il magistrato simbolo dei processi per il G8 di Genova, che nei giorni scorsi alla vigilia del suo pensionamento ha detto di avere incontrato, da procuratore generale, "funzionari dotati di quella sensibilità di quella capacità e di quella serietà che fanno capire che un'altra polizia è possibile". Un quarto di secolo da quel luglio in cui si verificò "la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra" come denunciato da Amnesty International, il capoluogo ligure ricorda e si interroga sull'eredità di quel G8 e sulle battaglie future delle nuove generazioni. Fino al 21 luglio una serie di mostre, spettacoli teatrali, dibattiti e tre manifestazioni di piazza animeranno le giornate genovesi. In un dialogo tra passato e futuro che non vuole essere solo sterile commemorazione. Ma per pensare alle lotte future bisogna guardare al passato. I fatti del G8 di Genova, diventato ormai lessico comune, iniziano il 20 luglio nella zona della stazione Brignole, in centro città. E' qui che piomba il blocco nero, il gruppo di Black Bloc, che mette in atto la guerriglia metropolitana: sono circa 400 le tute nere che arrivano dall'estero per assaltare banche, bruciare auto e cassonetti. Una minoranza esigua rispetto alle migliaia di manifestanti pacifici appartenenti a 1.184 gruppi e movimenti arrivati da ogni parte per chiedere alle otto potenze mondiali rispetto e diritti. Già il 19 luglio c'era stato qualche tafferuglio ma nulla che facesse presagire quello che sarebbe successo nei giorni a venire: gli attacchi delle forze dell'ordine ai manifestanti pacifici con le mani alzate, le teste spaccate, il corteo delle tute bianche caricato e lasciato senza via di fuga. Il caos totale arriva anche in piazza Alimonda. E' qui che muore Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Placanica. E poi "la macelleria messicana" alla scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. 'La morte del diritto', come sentenze della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell'uomo hanno certificato. Ma non ci furono solo le violenze fisiche. Nel 2012, la Cassazione ha condannato in via definitiva per falso 15 funzionari di polizia per aver coperto gli agenti picchiatori con false prove e false accuse nei confronti dei 93 manifestanti che vennero arrestati (79 dei quali dalla scuola Diaz uscirono feriti) e accusati di associazione a delinquere per devastazione e saccheggio, arresti non convalidati. I picchiatori sono rimasti senza nome non essendo identificabili ad eccezione dei capisquadra: i reati sono finiti prescritti ma i poliziotti sono stati ritenuti responsabili per i risarcimenti in sede civile. Il processo per le torture di Bolzaneto (così definite anche in questo caso dalla Cedu) ha visto 45 imputati tra poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Gran parte dei reati si sono prescritti già prima dell'appello e in Cassazione sono rimaste sette condanne penali ma la Corte ha confermato la colpevolezza di gran parte degli imputati per gli effetti civili. Il terzo principale filone giudiziario ha riguardato i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio: 15 sono stati assolti fin dal primo grado perché secondo i giudici avevano reagito alla carica illegittima sul corteo delle tute bianche di via Tolemaide. Dieci sono stati invece condannati per devastazione e saccheggio con pene dai 6 ai 14 anni di carcere. (ANSA).

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