Carmen Russo, io fredda produttrice in un mockumentary

Showgirl in un cameo di 'La sobrietà' da oggi su Prime

(di Francesco Gallo) (ANSA) - ROMA, 27 APR - "Vorrei tanto che tu interpretassi questo ruolo perché ti vedo in questa donna produttrice molto determinata e fredda, una che non guarda in faccia nessuno, ti ci vedo perché forgiata dalla disciplina e dal rigore della danza". Così Carmen Russo all'Ansa parla del suo coinvolgimento in 'La sobrietà', su Prime Video da oggi, film di Carlo Fenizi (Effetto Paradosso, Istmo) che, in una chiave tra mockumentary e commedia nera, ci introduce dietro le quinte degli ambienti cinematografici, tra manie e debolezze dei suoi protagonisti. Nel film il regista Rodrigo e lo sceneggiatore Cornelio decidono di realizzare un documentario su Kimba, una actor coach ideatrice di un metodo di insegnamento tanto celebre quanto manipolatorio, che tiene in pugno un gruppo di attrici disposte a tutto pur di raggiungere il talento e il successo. Nel cast, tra realtà e atmosfere oniriche: Michele Venitucci, Eva Basteiro-Bertolí, Antonia San Juan (la Agrado di Tutto su mia madre) Cloris Brosca, Shaila Esposito, Julieta Marocco e Amanda Lear nel ruolo di una suora. "Sì questo è un lavoro in cui devi mantenere i rapporti - dice ancora Carmen Russo -. Per certi versi mi sento fortunata perché in quarant'anni, sarà perché mi so adattare, ho cercato di stare sempre sul pezzo tra la Spagna e l'Italia, tra la televisione e gli show dal vivo fino ai reality, perché non dobbiamo disdegnare nulla ed essere sempre sul campo". Per quanto riguarda i miti della Russo: "Ho iniziato quando avevo vent'anni con il mito di Rachel Welch, Sofia Loren e Gina Lollobrigida, poi quando sono passata in tv per me c'era la mitica Raffaella Carrà. Oggi ammiro molto la Cortellesi, perché si è realizzata in pieno e ha dimostrato che ogni donna può far vedere quanto vale". Dice infine il regista Carlo Fenizi del suo film: " La sobrietà di sobrio non ha nulla. È un film registicamente facile da interpretare: per la sua natura metacinematografica è una grande nota di regia. L'idea proviene da tre input creativi: raccontare in modo iperbolico una parte del mondo del cinema e dinamiche che ho osservato e vissuto in prima persona, esplorare senza pormi limiti alcune "biodiversità" umane nella loro natura ipertrofica e crearmi l'opportunità di realizzare un manifesto libero, visivo e contenutistico, del mio linguaggio. In un primo momento la storia nasceva con una struttura più tradizionale poi, data la totale libertà produttiva e indipendente, la narrazione ha preso una piega indomita che ha virato verso l'impostazione del mockumentary. Da una parte - continua-, è una storia che racconta la manipolazione e la fragilità di alcuni ambienti, dall'altra, in senso più ampio, la dicotomia tra finto realismo (sempre più preponderante nell'era dei social) e la fantasia, quella classica, sana, sfrenata". (ANSA).

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