Un fumetto racconta la storia dei “caregheta”

BELLUNO. Le storie dei seggiolai agordini raccontate dalla china e le emozioni dei manga giapponesi di una giovane artista bellunese. “Imi. Storie di conze e gaburi” di Alessandra Campeol è il titolo dell’ultimo volume presentato dall’associazione Bellunesi nel Mondo all’interno del suo programma di promozione delle più belle storie legate all’emigrazione bellunese.. Ancora una volta l’associazione punta sul fumetto per avvicinarsi ai più giovani con forme di comunicazione più accattivanti, nella speranza di coinvolgerli maggiormente in una storia che è anche loro.
«Si tratta del secondo libro a fumetti che pubblichiamo come associazione», spiega la vicepresidente dell’Abm, Patrizia Burigo, «la prima volta è stata in occasione dei racconti delle vite di Anna Rech e Jack Costa, questa volta abbiamo voluto supportare il progetto di Alessandra Campeol per far arrivare ai più giovani anche le storie dei seggiolai agordini».
Le quattro vicende narrate nel manga sono tratte dai racconti di Enrico Stalliviere “Tut aldrit” e “Storie di conze e gaburi”. Stalliviere, classe 1952, è figlio di Augusto, un careghéta, un seggiolaio, ed Enrico fin da piccolo lo segue nel suo lavoro in giro per l’Italia come apprendista (o “gaburo” nel linguaggio dei seggiolai). Questa esperienza gli permetterà di imparare l’arte della fabbricazione artigianale delle sedie, arte che successivamente trasmetterà alle nuove generazioni attraverso dei corsi di impagliatura. Impegno che, nel 2013, gli è valso il riconoscimento di Testimone della cultura popolare.
Quella raccontata nell’opera di Alessandra Campeol è la storia delle peripezie di Kiko, un “gaburo” in giro per il Nord Italia al seguito del padre. Una serie di avventure e di aneddoti nati vagabondando di casa in casa, di famiglia in famiglia, a costruire e impagliare sedie, con sapere da artisti e astuzia da volponi. Il tutto raccontato attraverso una linea narrativa insolita per storie di emigranti e di antichi mestieri. La particolarità di quest’opera, infatti, è che è stata realizzata con lo stile dei manga giapponesi, un fumetto che oltre per un tratto distintivo ben riconoscibile nel disegno, si discosta dai classici baloon occidentali principalmente per un’attenzione particolare ai sentimenti dei suoi personaggi: «Il manga si presta meglio a far trasparire le emozioni», spiega l’autrice, «i contenuti dell’opera, quindi, sono diversi da quelli di un fumetto classico».
Alessandra Campeol nasce a Udine nel 1999 e vive a Belluno. Fin da piccola ama disegnare e sogna di diventare una fumettista. Quando a nove anni scopre il fumetto giapponese capisce che è ciò che vuole fare e impara da autodidatta a disegnare. L’amore per i manga e la storia contemporanea la portano a studiare giapponese all’Università Ca’ Foscari di Venezia, sperando che un giorno il suo amore per il disegno possa diventare un lavoro, magari proprio nel paese del Sol Levante. —
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