Nuova centrale, Longarone dice no. «Giù le mani dal Vajont. È un luogo sacro»

Ma tra i tanti contrari all’opera, ci sono anche dei residenti che aprono al nuovo impianto per un «beneficio pubblico»

 

Ivan Ferigo
La diga del Vajont
La diga del Vajont

Una preponderanza di contrarietà assoluta: «Giù le mani, è un luogo sacro, non va toccato». Ma non mancano aperture: «È qualcosa di totalmente diverso; e se è per un beneficio pubblico, perché no?».

Così la pensano i longaronesi, o comunque la gente comune che si può incrociare nel centro del paese, riguardo al progetto della Welly Red per una centralina idroelettrica sul Vajont. Dopo aver ascoltato nei giorni scorsi istituzioni, geologi ed esperti, era necessario coinvolgere la popolazione locale. Per la quale, specie tra le persone che l’hanno vissuta, la tragedia del 9 ottobre 1963 è una ferita ancora aperta, una memoria da tenere viva. Anche in chi cerca di guardare avanti.

Curioso l’incontro con Ido Chiesura e Mario Bianchet, l’uno di Pieve d’Alpago, l’altro di Belluno. Due amici che, dopo una pausa, stanno riprendendo il giro in bicicletta. «Abbiamo pareri opposti, ma ci vogliamo tanto bene», diranno a fine chiacchierata. «Sono stra-contrario. Per me è un luogo sacro. Ho vissuto dei lutti, e ogni volta che vedo il film di Martinelli rimango sconvolto», racconta Ido. «Abbiamo avuto una lezione: vogliamo tornarci dentro per il dio denaro? Non sono d’accordo, e come me penso le vecchie generazioni». La vede diversamente Mario: «Per me potrebbero utilizzare quel che è rimasto. La montagna è venuta giù con tutte le sue conseguenze, ma la diga resiste ed è perfetta. Avranno fatto valutazioni in merito. Lascerei fare, anche se giustamente deve decidere la cittadinanza e chi è preposto».

Contrario è anche Pietro Coldebella di Castel Tesino, ma con compagna a Longarone: «Con la disgrazia che c’è stata, non è il massimo fare lì una centralina. Che vuol dire alzare il volume dell’acqua. Guardiamo la montagna com’è messa: non so cosa succederebbe. Penso stia bene così com’è».

E ancor di più una signora che, come tanti altri, preferisce mantenere l’anonimato: «Possono essere rimasti pezzi di montagna, geologicamente “sbriciolosa”... Se portasse un beneficio pubblico? Non mi fido dei governanti: parte tutto dall’alto».

No all’intervento su un luogo della memoria, no allo sfruttamento dell’acqua. Ma dove il “no” si fa sentire più forte è tra i tavolini dei bar. «Decisamente no. Perché fare una centralina sopra un cimitero? Rispetto per i morti. Per i longaronesi che hanno sofferto sarà sempre un “no”». «È una croce troppo grande. Non è possibile vengano sempre qui. La centralina la fanno per l’Enel, non per noi. Su 2000 morti non ci può essere guadagno. Una grande vergogna».

E un altro, ribadendo come un basso continuo il suo disappunto: «No. Lassù è un cimitero. Dopo quel che è successo, non si fa. Ci sono altri posti dove fare una centralina. Là, no. Avevo parenti qua, e da casa mia vedo la diga ogni mattina». Mentre da un altro gruppo seduto fuori da un locale si raccolgono queste versioni: «Non ci sarà nessun vantaggio a livello economico per la popolazione», ma anche: «La diga tiene, il discorso è morale».

Ci sono però anche aperture, sia dal punto di vista tecnico che emotivo. «Per me non sarebbe un problema», esordisce un bellunese che lavora nel settore idroelettrico. «Chiaro che i longaronesi sono legati alla memoria di quel che l’uomo ha distrutto per avidità. Specie quelli di una certa età, che hanno vissuto il disastro sulla loro pelle, quando si parla di centrali e dighe giustamente si sentono offesi. Per un discorso morale, si potrebbe farne a meno. A livello tecnico, invece, si potrebbe anche fare: sarebbe un’opera completamente diversa. Se l’intenzione è usare lo scarico del “lago residuo C” e creare una centralina nella forra, questo la popolazione non lo vedrebbe quasi. Sul piano burocratico, ai cittadini devono essere date le informazioni giuste. Se parte della produzione rimane nel Comune, portandovi un piccolo benessere, è un discorso; se invece è per un guadagno privato, la cittadinanza direbbe giustamente “no”».

E c’è anche chi, nonostante perdite di persone care, con forza guarda oltre. Centralina sì, ma solo per interesse pubblico, non privato. «Sono di Igne. Sono nato nel 1950. Nel disastro del 1963 ho perso una sorella di 16 anni», ricorda Arcangelo De Bona. «Ora: quel che è successo è successo. Non cade più niente da quella montagna. A questa centralina io sono favorevole, perché abbiamo bisogno di energia elettrica. A patto che ne benefici Longarone, non l’Enel».

«Ho avuto anch’io lutti importanti: un figlio», racconta un’altra signora, commuovendosi. «Ma i nostri dolori non possono ricadere sulle generazioni future. Quando sento che la centralina verrebbe fatta su un cimitero, mi sembra si esageri. Rispetto sempre per i morti, ma a un certo punto guardiamo avanti. Mettendo però in chiaro: benissimo se l’acqua, bene comune, trasformata in energia, torna alla comunità; non se è per un arricchimento privato».

Infine, dopo tante voci di anziani o comunque adulti, quella di un giovane longaronese, Sebastiano Anzolut: «Per la storia, sono contrario: per rispetto dei morti. La tragedia fin da bambini ci è stata raccontata mille volte: da genitori e nonni, a scuola, con documentari. Anche se sarebbe un peccato non sfruttare una costruzione del genere che darebbe impulso alla produzione di energia. Ma bisogna vedere chi ne beneficia. Per ora sono molti di più i punti a sfavore».

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