Vaia, i ricordi del meteorologo Luciani: «Mai visto niente di simile»

BELLUNO
«In 24 anni di lavoro non avevo mai visto niente di simile». Non sta parlando degli effetti di Vaia, quelli visti all’alba del 30 ottobre 2018, il meteorologo Robert Thierry Luciani. Parla di quello che aveva visto prima, ancora il mercoledì e il giovedì della settimana precedente, leggendo le mappe.
Tutto quello che ha portato a Vaia comincia infatti mercoledì 24 ottobre, quando la provincia è attraversata da un eccezionale evento di foehn, con temperature di 30-31 gradi a Belluno e Feltre, venti intensi tra gli 80 e i 100 km all’ora, e lo zero termico a 5000 metri di quota.
È quel giorno che scoppia il grande incendio dell’Agordino, che si propaga velocemente a causa del vento. Tutto il sistema di protezione civile, di forze dell’ordine, di istituzioni, da quelle regionali a quelle locali, viene convocato a Taibon.
Ci sono anche il Centro antivalanghe di Arabba per le previsioni meteo e il Centro Arpav di Belluno per le analisi sulla qualità dell’aria. I tecnici dovevano far sapere alle autorità l’andamento dei venti per far volare i canadair e la pericolosità dei fumi che invadevano la valle. È in queste riunioni che per la prima volta viene detto: «Sabato l’incendio si spegne, stanno arrivando forti piogge». Quanto forti? Tanto. E poi i venti. Fortissimi. «Mai visti venti verticali di questa potenza in 24 anni di lavoro» ricorda Luciani. E stiamo parlando ancora solo dei modelli matematici.
Anche le previsioni delle piogge cominciano a preoccupare, 300 – 400 mm in 3 giorni. L’allerta è partita.
È in questa fase che si crea un rapporto strettissimo tra i tecnici e le istituzioni che consente di preparare un piano di protezione civile complessivo che riguarda tutta la regione, un lavoro di squadra che parte dalle previsioni meteo e si estende ad ogni aspetto della vita dei cittadini, in particolare di quelli bellunesi.
Arrivano le prime piogge il sabato mattina con importanti accumuli, e cominciano a cadere le prime frane in diverse parti della provincia, molti paesi sono difficili da raggiungere tra sabato e domenica. Cadono frane a Fiames, Valcozzena, la Muda, Listolade. Problemi ad Alverà sul Bigontina, ma anche in Cadore e in Comelico.
«Le previsioni ci hanno detto che il clou sarebbe stato il lunedì pomeriggio, tra le 18 e le 20», continua a raccontare il meteorologo.
Piove il sabato e piove la domenica ma alla sera c’è una tregua, si vedono le stelle. «Una salvezza per il Veneto e per il Bellunese».
Ma le carte parlano chiaro, il peggio deve ancora venire. Si è deciso di chiudere le scuole, di annullare delle manifestazioni, di chiudere gli uffici pubblici e c’è il consiglio dato alle aziende private di stoppare il lavoro alle 13 di lunedì. Decisioni drastiche e anche molto contestate quando la pioggia non era ancora battente. «Ho perso degli amici per questo» scherza l’assessore regionale Bottacin ricordando la cancellazione del Rally Bellunese.
Luciani è distaccato dal suo lavoro di previsore ad Arabba ed è stabilmente al centro di coordinamento di protezione civile all’aeroporto di Belluno. «È importante che tra i tecnici e chi deve decidere ci sia un rapporto diretto, interpersonale. Facevo fatica a trovare le parole giuste per spiegare quello che sarebbe accaduto, quello che vedevo sui modelli delle previsioni. Ho parlato di rischio di collasso per l’intero territorio. Ho parlato di fuochi d’artificio, per cercare di dare un senso anche a chi mi stava ascoltando».
Questi concetti Luciani li ha ribaditi nel suo discorso al Teatro Comunale di fronte al Capo dello Stato Mattarella.
Sul Bellunese arrivano due fronti principali di fortissimo maltempo e uno secondario. Ci sono venti di tutti i tipi, venti laminari che viaggiavano a 140 – 150 chilometri all’ora a 1500 metri e che si sono scontrati con le montagne, venti fortissimi di discesa che hanno “pelato” i versanti delle montagne, effetti rotatori, venti di caduta che arrivano al suolo e si dividono in lingue di 200 – 300 metri. La velocità massima misurata sulle Prealpi è di 194 km all’ora sul monte Cesen e 217 al passo Rolle, dove ci sono le stazioni di misurazione. Ma chissà cosa è successo altrove, dove le stazioni non ci sono.
Il disastro dura per ore, con brevi intervalli. Cadono fino a 715 mm di pioggia, più di quanto era accaduto nel 1966, nella pur catastrofica alluvione (in cui ci fu una trentina di morti).
Ci sono già stati eventi importanti nel passato, anche con venti che hanno sradicato alberi, ma così mai, sulle nostre Dolomiti. Fenomeni su cui l’Arpav ma anche i centri internazionali come quello di Davos stanno concentrando i loro studi.
Fenomeni che si ripeteranno? Probabilmente sì. Basta guardare quello che è successo nei giorni scorsi in Piemonte, con una alluvione che ha portato piogge intensissime (450 mm in sei ore nell’Alessandrino). Ma temporali rigeneranti e comunque piogge violente e molto dannose sono ormai anche a queste latitudini una triste esperienza.
Il cambiamento climatico non è solo una parola. Gli ultimi due mesi sono stati molto caldi e non ci sono all’orizzonte delle previsioni che facciano pensare all’arrivo dell’autunno, così come lo abbiamo sempre conosciuto.
Il lavoro del Centro antivalanghe di Arabba non si è fermato certo alle previsioni. Nelle settimane successive è partito un approfondito studio sui versanti a rischio valanghe, sopra i paesi e le strade comunali, con Veneto Strade che è si è occupata delle strade di propria competenza. Alla fine sono stati censiti duecento siti valanghivi. —
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