Un viaggio ai confini del possibile la danza in parete di Beat&Conny
Kammerlander in libera sulla Silbergeier una delle vie più difficili del Ratikon

Beat Kammerlander
Per essere una «documentazione» non c’è dubbio che lo sia: la macchina da presa riprende Beat Kammerlander metro su metro, fino in cima alla mitica Silbergeier. Quanto all’«inopportunità», chissà. «Documentazione di una inopportunità» è il titolo di questi splendidi 32 minuti di Dvd, in edicola da domani con il nostro giornale, che documentano la scalata di Beat e Conny sulla parete sud del quarto Kirchlispitze sul gruppo del Ratikon.
Che cosa sia «inopportuno» Beat Kammerlander non lo dice. Per la verità non dice proprio niente, perché sono 32 minuti di perfetto silenzio, ed anche l’unica frase che compare non è pronunciata, ma scritta come in una didascalia da film muto, e non aiuta a spiegare molto: «Quest’anno sono andato in Africa».
Ma sarà meglio così, perché è nel silenzio perfetto della natura d’alta quota, nel raro sibilare del vento, in qualche sospiro di affanno, nel tintinnio dei moschettoni, che si gode in pieno la dimensione della scalata di Beat (e di Conny che lo segue poco sotto) e soprattutto la splendida colonna sonora che ci regala Peter Herbert. Guizzi di note nei passaggi più densi di suspence, acuti nel brivido dell’appiglio mancato, slarghi sereni nei momenti della più intensa armonia con la parete, tocchi ironici, perfino, a contrappuntare i volteggi e i virtuosismi di un acrobata.
Sarà forse «inopportuno» un itinerario su una parete che non lascia margini di errore, liscia come una pietra levigata, con appigli da lillipuziani dove è più importante avere dita forti che muscoli nel braccio. E doti di equilibrista nato, perché occorre, per agganciarsi a uno spit, restare verticali in verticale, appoggiati soltanto in punta di piedi. Meglio non affacciarsi a quello che (non) c’è sotto.
Il film di Gerhard König è uno dei capolavori del cinema di montagna, girato da una squadra di ottimi cameramen, capaci di inquadrare Beat Kammerlander che sembra quasi mimare la sua ombra proiettata nella parete laterale, sicchè il protagonista si sdoppia. O di afferrare il momento in cui sembra quasi «lanciare»: se trova, trova. E se non trova casca. Un balzo a braccio teso alla ricerca di un appiglio che forse da lì sotto non vede, ma certo intuisce. E si tira su di un metro.
Chiamateli pure appigli. Una parete normale, di solito gli appigli li ha. Ma Silbergeier tanto normale non è. Lì, occorre che tu non abbia dita grosse. E devi aderire col corpo e soprattutto con l’anima, «sentire» la parete, «farti» parete. Gli appigli sono rari e minuscoli. Neanche una cengia piccola, ché se ci fosse sembrerebbe un’autostrada.
La pellicola è piena dell’arrampicare di Beat e Conny in quella distesa di calcare, e poi solo cielo e vuoto. La via era stata aperta da Beat stesso (dal basso) nel 1993, insieme a Conny. La prima in libera in giornata porta ancora la firma di Beat, nell’estate del 1994. Conta pochissime ripetizioni in libera. E’ una via perfettamente verticale, di duecento metri, sei le lunghezze di corda. Il film «documenta» la salita nei suoi passaggi salienti, e per gli appassionati riporta, per ogni tiro di corda, le caratteristiche tecniche. La valutazione ufficiale della via è max8b+, obbligatorio 7c. Su singoli tratti si arriva pure a 10+/Expo.
Beat e Conny riescono anche ad andare in velocità, intuendo gli appigli. E per fortuna che è una roccia molto aderente, sensibile al magnesio. Almeno quando non piove, cosa che sul Ratikon accade di frequente.
Il 10+, detta così, è quando la parete si fa un po’ in fuori e la gravità non diventa che un’opinione, e parrebbe che il climber si sbilanci tutto in fuori-sotto. Così è per chi guarda. Che sia così per chi scala non è detto. Dipende dalle doti di equilibrista. Kammerlander è di quelli che alla roccia ci parlano: dammi un appiglio e ti solleverò il mondo (mi solleverò dal mondo). Sarà anche un film muto e musicale, ma è per scelta. Perché in realtà si vede dalle labbra che ogni tanto Beat parla, chissà cosa dice. Solo che dalla colonna sonora è stato cancellato. Meglio sentire il vento che le sue parole.
In un tratto Beat salta e resta appeso. Conny gli fa sicura. E lui riparte dalla sosta, e supera l’errore, chissà come. Ci vuole fantasia ma anche tanto cuore.
Sulla sesta lunghezza c’è il balletto delle ombre. Qui Kammerlander e lì la sua ombra. Sembrano due che si inseguono. Arriva a un tetto, chissà come farà adesso. Ci vuole calma. E gesso. Rimette le mani nel sacchetto del magnesio: passa, è passato. «Quest’anno sono stato in Africa», dice alla fine, quando è all’uscita, su terreno facile. Questa è la Silbergeier, ragazzi.
Splendido König. Che regala alla fine anche la sua dissociazione: «Per contratto il signor Kammerlander è obbligato a usare un certo tipo di attrezzatura sportiva. Io mi dissocio da questo effetto pubblicitario». E’ l’eco della solita disputa alpinistica: è corretto «vendersi» a qualche sponsor? C’è chi non ne vuole sapere, ritenendo che questo sia coerente con i «valori della montagna». E’ una disputa che non avrà mai fine.
La Silbergeier è considerata una delle vie più impegnative di arrampicata sportiva alpina. Il Ratikon, al confine tra Svizzera e Austria, è una enorme bastionata di pareti e pilastri. Molte le vie impegnative come Amarcord, Silbergeier, New Age, Intifada. Le quote sono sui 2500-2800 metri. Paesaggio di rocce a strapiombo e ghiacciai. Tutto molto lontano dalla frenesia della montagna «abitata» e «turistica».
Kammerlander è l’uomo del Ratikon. Va in falesia, arriva ai massimi livelli mondiali. Ma è sul Ratikon che apre vie allucinanti. Altra disputa: chioda, va in parete col trapano, ma lo usa solo in caso di estrema necessità. Tant’è vero che preferisce volare, anche per venti metri, piuttosto che usarlo. Le sue vie si chiamano New Age, Unendliche Gesichte, Wogu, Silbergeier, la più famosa. Solo la Silbergeier ha trovato dei ripetitori.
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