Un piano diabolico è più credibile di una rapina
Quattro omicidi concatenati a tredici anni di distanza E la soluzione fu immaginata soltanto dodici anni più tardi
Prima di tutto occorre riassumere, per sommi capi, l'intricata vicenda di questi "delitti". Gli episodi che costituiscono il "corpus" della vicenda giudiziaria sono tre, non nove come fantastica Saviane. Il primo è la morte di Emma De Ventura, giovane e procace cameriera dell'albergo Centrale gestito dalla famiglia Da Tos. Emma è descritta come la prima vittima sacrificale della ferocia amorale del "clan degli albergatori", la servetta ingenua e spensierata che scopre, all'improvviso, di essere finita nell'antro di un mostro. Saviane dà per certo che Emma avesse visto quella stessa mattina del 9 maggio 1933 qualcosa che non doveva vedere: il cadavere di un figlio illegittimo parcheggiato in cantina in attesa di disfarsene. Lo arguisce da una lettera lasciata incompiuta, nella quale egli ritiene di vedere la prova che Emma aveva scoperto il delitto e stava per comunicarlo al fidanzato. Tutto ciò è privo di senso: la trascrizione della lettera è sbagliata in un passaggio decisivo, e del resto perché, se essa contenesse la prova del delitto, la famiglia Da Tos non l'avrebbe distrutta invece di consegnarla ai carabinieri come in effetti fece quando, un mese dopo la morte di Emma, venne casualmente ritrovata in albergo? Riepiloghiamo. La mattina del 9 maggio 1933 la giovane cameriera viene trovata cadavere nella camera numero 6 da Adelina Da Tos, figlia del proprietario dell'albergo Fiore e moglie di Pietro De Biasio. Aveva un ampio squarcio alla gola prodotto da un rasoio che si trovava, ancora insanguinato, sul lato destro del comò. La parete dietro il letto era imbrattata dal sangue uscito di getto dalla carotide squarciata. Due grandi macchie di sangue c'erano anche sul letto ai lati di un avvallamento dove Emma si era accasciata mentre la vita la stava abbandonando prima di scivolare sul pavimento trascinando il copriletto. Una chiazza di sangue di 60 centimetri di diametro si trovava al centro della stanza e si allargava verso la porta. Sul comò c'era anche una bottiglietta di tintura di iodio, vuota e senza tracce di sangue. La finestra al primo piano che dava sulla piazza era spalancata e le tende erano aperte. Lo spazio tra il comò e il letto, dove era caduto il corpo di Emma, era di soli 65 centimetri. L'autopsia rilevò nel chimo dello stomaco la presenza di 10 centimetri cubi di tintura di iodio. Secondo il medico che fece l'autopsia, chiamato da Belluno, si era trattato con assoluta certezza di suicidio, confermando quanto avevano già affermato il medico condotto di Alleghe nel referto e il comandante dei carabinieri di Caprile nel rapporto. Il movente del suicidio sarebbe stata una delusione amorosa. A chiedere nuove indagini della magistratura e l'autopsia era stata la famiglia De Ventura che non accettava la spiegazione del suicidio. Il secondo caso è la morte di Carolina Finazzer, fresca moglie di Aldo Da Tos, che la mattina del 4 dicembre 1933 venne trovata morta nel lago di Alleghe, ad alcuni metri dalla riva. Nello stomaco fu trovato un litro e mezzo di acqua. Sulla parte bassa del collo (nella zona sovraclaveare destra) e su altre parti del corpo (anche sulla schiena e sulla parte posteriore del collo) furono riscontrate macchie rosse di forma irregolare, interpretate dai medici che eseguirono l'autopsia come le consuete macchie ipostatiche che compaiono a poche ore dalla morte per l'afflusso del sangue per forza di gravità in alcune parti del corpo prima che inizino i processi putrefattivi. Anche in questo caso il responso di suicidio non aveva convinto la famiglia che in un esposto aveva chiesto nuove indagini e l'autopsia. Ed anche in questo caso i medici, intervenuti da Belluno ed estranei all'ambiente di Alleghe, confermarono il suicidio senza dubbio alcuno. Carolina era dunque morta annegata nel lago che, in una fascia di 30 metri dalla riva, era ghiacciato. Ma proprio nel punto in cui Carolina era stata trovata, il ghiaccio era sottile essendosi formato da poco, poiché il giorno prima era stata portata via una barca semisommersa. Il marito riferì che, svegliandosi la mattina verso le 6.30, non aveva trovato la moglie accanto a sé. Dunque, così si disse, si era alzata di notte uscendo senza farsi sentire, coperta solo da pochi indumenti. Quando fu trovata indossava una camicia da notte, una sottoveste e un cappotto gettato sulle spalle. Non aveva le calze, era senza mutande, ma portava un reggicalze. Nessuno seppe darsi una spiegazione di quel gesto, tanto che si avanzò perfino l'ipotesi del sonnambulismo. Emerse tuttavia che Carolina, tornata da tre giorni dal viaggio di nozze, era molto triste e mangiava poco. Al matrimonio, sollecitato dalla madre ma osteggiato dal fratello Eugenio, era stata vista piangere. In entrambi i casi le famiglie, che avevano richiesto nuove e più approfondite indagini sospettando un delitto, presero atto dei risultati dichiarandosi soddisfatte dell'operato della magistratura, anche se rimanevano in loro «dubbi di carattere soggettivo». È ipotizzabile, anche se non risulta da alcun documento, che i parenti di Emma e di Carolina abbiano continuato, negli anni successivi, ad avanzare questi loro dubbi nell'ambiente di Alleghe, alimentando una vox populi ostile agli albergatori del Centrale. La cosa, nel 1933, fini lì. In seguito Aldo Da Tos si risposò ed ebbe due figli. Poi arrivò la guerra. Nel 1946 il terzo episodio. I coniugi Luigia De Toni e Luigi Del Monego furono uccisi con un colpo di pistola ciascuno nel vicolo La Voi mentre rincasavano alle 2.40 di notte dopo aver chiuso il locale che gestivano poco distante, lo spaccio Enal. Quella notte fra il 17 e il 18 novembre molti sentirono gli spari (prima due molto ravvicinati, poi un terzo e qualcuno un quarto) ma non si allarmarono perché in quel periodo del dopoguerra molti avevano ancora armi e si sentiva spesso sparare anche solo per far baldoria. I corpi furono trovati la mattina dopo, a distanza di 30 metri uno dall'altro. Era sparita la borsetta che Luigia teneva con sé e che quella notte conteneva circa 100 mila lire. Nel vicolo fu trovato un solo bossolo di proiettile calibro 9 lungo. Si ritenne dunque trattarsi di un omicidio a scopo di rapina. Fu arrestato Luigi Verocai, oggetto di molti sospetti fin dalle prime ore delle indagini, ma venne prosciolto con formula piena due anni dopo. Così le indagini continuarono con una inchiesta supplementare disposta nel 1949 e che si protrasse con alterne vicende fino al dicembre 1957, quando venne archiviata. Nel luglio 1958 gli arresti di Giuseppe Gasperin, poi di Aldo Da Tos e Pietro De Biasio, infine in settembre di Adelina.
Estratto dal primo capitolo de "La montagna assassina", edizioni Cierre.
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