Trento: «Hanno distrutto i nostri ospedali»
BELLUNO. «Il problema non sono il numero chiuso all’Università o nelle scuole di specializzazione, ma le scelte della Regione in tema di sanità in montagna».
Così l’ex consigliere regionale del Pd Guido Trento legge la pesante mancanza di medici negli ospedali bellunesi. Una carenza che sta mettendo in pericolo l’attività stessa di alcuni reparti. Un esempio è la chiusura momentanea del punto nascite di Pieve di Cadore da fine ottobre. Uno stop che ha fatto scattare immediatamente le paure dei territori interessati, da sempre costretti a fare i conti con i disagi del vivere in montagna. Disagi che ora stanno mettendo a rischio anche i livelli essenziali di assistenza.
Trento, da sette anni ormai fuori dall’arena politica regionale e in pensione, continua a seguire gli sviluppi della sanità montana.
Dottor Trento in queste ultime settimane si sta facendo più forte il disagio causato dalla carenza di medici. Come siamo arrivati a questo punto nel Bellunese?
«Dobbiamo considerare che i medici vanno negli ospedali qualificati. E il Piano sanitario regionale del 2013 ha avviato un declino inesorabile delle nostre strutture. L’ospedale di Feltre è stato declassato, quello di Belluno è un hub solo per finta, quello di Pieve di Cadore è rovinato, e quello di Agordo è stato praticamente eliminato. È chiaro che a nessun medico viene voglia di andare in ospedali di questo tipo. E se vengono qui, è per diventare primari, per poi scappare via. Quando a suo tempo in consiglio regionale era stato presentato un emendamento al Piano in cui si chiedeva che i nosocomi di Pieve ed Agordo fossero per acuti, ci è stato cassato. Forse le persone a palazzo Ferro Fini non sanno cosa vuol dire abitare in montagna e avere gli ospedali che non funzionano come dovrebbero. Se mi si rompe la milza in Comelico devo andare a Belluno, se ho un distacco di placenta in Cadore devo andare a Belluno, visto che non c’è un pronto soccorso efficiente così come previsto dalla normativa nazionale, cioè con tutti i reparti correlati in funzione. E poi che senso ha tenere un centro di fecondazione assistita se poi non ho neanche i medici per la ginecologia? Hanno iniziato pian piano a toglierci quello che ci spettava, a partire da quel differenziale montagna che doveva servire a sostenere le spese maggiori che si hanno in questo territorio».
Quindi la Regione è la causa di questa situazione?
«Venezia, classificando in questa maniera gli ospedali, ha creato un danno al sistema sanitario complessivo, svilendo quelle che erano le nostre eccellenze. E in questa situazione è inevitabile andare verso una restrizione delle risposte alle patologie. Il Piano del 2013 ha rovinato il modello veneto di sanità, concentrando tutto in cinque hub mentre gli altri ospedali sono sempre meno potenziati».
Regione Veneto e Usl dicono che la ragione della carenza di certe figure professionali va cercata nel numero chiuso per accedere alle specializzazioni.
«Non è vero. La legge nazionale concede a tutte le Regioni di garantire la sanità, quello che fanno le Regioni poi è un’altra cosa. Dispiace vedere che tutte le battaglie che abbiamo fatto per la montagna sono state vanificate, creando di fatto dei cittadini di serie A, cioè quelli della pianura e di serie Z, quelli della montagna».
Cosa si può fare allora per far venire qui i medici?
«Bisogna riqualificare gli ospedali e dare loro una garanzia di funzionamento. Non servono risorse in più, servono le persone giuste al posto giusto».
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