Trento e Bolzano dicono no a Voltago

Si sono riuniti la prima commissione del consiglio provinciale di Trento e il consiglio provinciale di Bolzano e da entrambi è uscito un secco parere contrario (sebbene non vincolante) alla possibilità che il comune di Voltago si sposti nella regione Trentino Alto Adige

VOLTAGO. Da Trento e Bolzano due no al passaggio di Voltago. Si sono riuniti la prima commissione del consiglio provinciale di Trento e il consiglio provinciale di Bolzano e da entrambi è uscito un secco parere contrario (sebbene non vincolante) alla possibilità che il comune di Voltago si sposti nella regione Trentino Alto Adige come richiesto con forza nel referendum del 31 agosto scorso dagli abitanti del comune agordino e indicato nel disegno di legge costituzionale approvato dal governo. Un no che segue quello già espresso il 15 gennaio scorso dalla commissione speciale del consiglio provinciale di Bolzano, la quale aveva spiegato di non aver rilevato «alcuna ragione storica per un'aggregazione del Comune, sul cui territorio, inoltre, non risiede alcuna minoranza etnica da tutelare».

Motivazioni, queste ultime, di fatto ripetute ieri anche dal governatore altoatesino Arno Kompatscher: «Non bisogna fare l'errore di considerare l'autonomia altoatesina come esclusivamente territoriale», ha detto, «sarebbe un approccio sbagliato, perché l'autonomia ha altri presupposti. Le richieste di aggregazione possono essere accolte soltanto se arrivano da comuni del Tirolo storico, anche se agli altri va tutta la solidarietà e sostegno nella lotta per una maggiore autonomia».

Curioso è il fatto che appena martedì il comitato referendario di Voltago, guidato da Francesca Della Lucia e Gabriele Riva aveva spedito una lettera ai consigli provinciali di Trento e di Bolzano e al consiglio regionale del Trentino Alto Adige, per invitarli a una riflessione più ampia. Dopo aver spiegato, dati alla mano, come anche il comune di Voltago rientri nell'area di competenza ladina, i referendari avevano invitato trentini e bolzanini a guardare al presente e al futuro. «L’area della provincia di Belluno, interamente montana e per gran parte dolomitica», spiegavano. «anche attraverso i referendum, chiede forme di autonomia forte e pari dignità. Le oltre 19 mila firme per l’indizione del referendum provinciale per il distacco dal Veneto, cassato e gli oltre 35 mila sì dei vari referendum dei comuni di confine stanno a testimoniare la forte volontà di autonomia e aggregazione all’area alpina». E ancora: “Più che un diniego alla revisione dei confini», sottolineavano, «ci aspettiamo un ragionamento più ampio e se vogliamo complesso, sulla questione del diritto all’autonomia per la gestione dei territori montani, peraltro da sempre attuata dalle genti di montagna nella storia. Il momento è ora. Noi facciamo la nostra parte, ma i territori autonomi confinanti devono fare la loro, ampliando il loro orizzonte di vedute per un reciproco vantaggio».

Parole che o sono arrivate troppo tardi o sono cadute nel vuoto, stando al voto espresso ieri. Tuttavia se il “no” di Bolzano era preventivabile, quello di Trento lascia ai referendari amarezza e delusione anche perché nell'agosto di due anni fa era stato il consiglio provinciale di Trento a dire un “sì” seppur condizionato al passaggio di Taibon. «Dopo tante belle parole» dice Francesca Della Lucia, «mi sarei aspettata un atto di solidarietà da parte di Trento e, invece, vedo che chi ha qualcosa di vantaggioso se lo tiene stretto, è geloso e poco disposto ad aiutare gli altri. E se non ci aiutano loro chi ci aiuta? Il governo centrale?».

Di altro avviso Danilo Marmolada, vicepresidente del Bard. «Il no di Trento non mi meraviglia per niente», spiega, «quando avevano detto il sì condizionato a Taibon c'era Dellai che aveva vedute molto più aperte di Rossi. Però l'obiettivo dei referendum era porre la questione del Bellunese e il fatto che se ne stia parlando a Trento, Bolzano e a Roma è già un risultato da non disprezzare, anche se naturalmente ci aspettavamo molto di più».

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