«Sacrificata la sicurezza inseguendo il profitto»

Le accuse dei geologi per quanto non si è fatto da quell’evento in poi
Di Francesca Valente

FELTRE. Per salvare la valle bisogna partire a monte. Perché prima ancora delle opere di regimazione idraulica, come argini, briglie e canali, è la sistemazione dei bacini idrici a fare la differenza, almeno nella prevenzione. Ma la montagna feltrina, come quella bellunese, è piegata sotto il peso delle molte contraddizioni della modernizzazione, dell’urbanizzazione e talvolta anche della speculazione.

Il danno è evidente: le case sfiorano i corsi d’acqua, che si gonfiano più in fretta per via dell'impermeabilizzazione superficiale. I progettisti spesso non lanciano lo sguardo oltre il perimetro, dimenticandosi del contesto. E i geologi, almeno alcuni, denunciano inascoltati l’abuso e la trascuratezza del territorio. L’anno in cui l'incoerenza venne a galla con la sua forza più devastante fu il 1966. All'epoca in cui i bacini erano manutentati, ma non c’erano ancora gli argini. L’esatto opposto di oggi.

«La modernità ha strappato parte dei montanari ai suoi contesti naturali», ricostruisce Emiliano Oddone, geologo del paesaggio per “Dolomiti project”, «il cambiamento è stato radicale e troppo rapido per un contesto delicato come il nostro: abbiamo abbandonato la cura dell’ambiente per chiuderci nelle fabbriche nascenti, perdendo di vista la complessità dei nostri luoghi. Abbiamo sacrificato ambiti di sicurezza perdendo la nostra memoria storica e idolatrando la possibilità di costruire ovunque. Abbiamo perseguito ciecamente l’interesse economico e occupazionale».

Questa è solo una delle cause che cinquant’anni fa hanno provocato tanta morte e devastazione. «Il vero problema è come ci curiamo del territorio», apre parentesi Nicolò Doglioni di “Alpigeo” che ha l'ufficio di fronte a Oddone, nel primo centro storico di Feltre, «la natura non va contrastata, ma lasciata respirare». Per lo stesso principio, Oddone sostiene che «i torrenti andrebbero lasciati scorrere, ove possibile, nel loro alveo naturale».

Un po’ come è stato fatto per il Piave, che però presenta ancora delle criticità, come all'altezza dell'area industriale di Longarone o di Lambioi a Belluno, che in caso di forti piogge rischiano di finire a mollo. Ma il punto nodale è anche un altro. Ovvero che quando si presentano certi eventi calamitosi, la prevenzione non sempre è efficace: «Il nostro clima sta diventando monsonico», decreta Graziano Miglioranza di “Ipogeo”, «un tempo scendeva molta pioggia con minore concentrazione di acqua per unità di tempo, oggi invece arriva la cosiddetta “bomba d’acqua” localizzata, una pioggia molto intensa di breve durata. Il vero problema è l'assenza di manutenzione, ma l’acqua va regimata, le vie di deflusso dei piccoli ruscelli vanno pulite. Sennò è normale che un tombino esploda quando piove troppo. Ci vorrebbe un organismo regionale che recepisca i finanziamenti necessari».

I soldi scarseggiano anche per aggiornare e uniformare la cartografia esistente. «Il Piano territoriale di coordinamento bellunese risale al 2010 e non coincide, per esempio, con l’IFFI», denuncia Doglioni, «le carte non sono aggiornate, ma sono le stesse che poi vengono consultate dai tecnici per stendere i Piani di assetto del territorio, su cui possono basarsi le varianti ai Piani regolatori generali comunali, usati anche per pianificare lavori di assetto del territorio. In caso di incarichi esterni, le basi d’asta sono basse e le gare sempre al ribasso. In queste condizioni è difficile fare meglio». In assenza di soldi e di cartografie incrociate e attendibili, l’unica soluzione è «tornare a prenderci cura della montagna, dei pascoli, dei bacini idrici, di muretti, briglie, tombini, canalette di scolo», enumera Oddone, «anche il bosco va mantenuto, perché una frana può portarselo giù alla pari di un pendio erboso». E poi c’è la monocultura: «I campi di mais hanno modificato drasticamente la permeabilità del territorio».

E infine il ritorno alla terra: «Gli agricoltori sono i custodi delle terre alte ma non sono messi nelle condizioni di vivere del loro mestiere». Ma il dramma, alla fine, è soltanto uno: «Stiamo soltanto aspettando la prossima calamità», sentenzia infine, «e quando arriverà, potrebbe succedere di tutto». Fortuna che oggi almeno ci sono la Protezione civile e il volontariato d'emergenza.

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